Silenzi

Pioggia sottile. Sei sempre stata presente nei momenti difficili della mia vita. Ora io sono qui, per te.  Ripenso al giorno in cui diedi l’ultimo saluto a papà e non ricordo nulla, se non un vuoto lacerante che, figlia, non avevo mai immaginato di poter provare. Sei intelligente, solida, profonda, una persona di valore, dimostri il tuo bene in mille modi ma non lo esprimi mai a parole.  Sfioro il tuo volto con una lieve carezza e resto accanto a te, in silenzio. Lassù, in alto, la prima neve.

Caleidoscopicamente

Era estate, un sabato sera dall’aria calda e limpida. Si sentiva stanca, un po’ sola forse, quella strana sensazione frammista di malinconia e tristezza che ogni tanto la coglieva. Cenò, osservando la micia saltellare rincorrendo una minuscola falena fattasi un varco tra gli scuri appena accostati. Stava per mettersi a piangere, ogni tanto lo faceva senza un motivo preciso: forse la stanchezza accumulata in quegli ultimi mesi, forse il pensiero di lui, lontano e comunque mai davvero vicino, o forse, semplicemente, un momento di sfogo, di quelli che talora lavano le piccole pene quotidiane. Sentì che se avesse lasciato spazio a quelle sensazioni avrebbe trascorso una pessima serata svegliandosi l’indomani con il mal di testa e gli occhi gonfi. Facendosi un poco violenza decise di fare qualche cosa: dei jeans, una maglietta, la treccia a raccogliere velocemente i capelli, la borsa di stoffa dai mille colori che le ricordava tanto quella che aveva disegnato una volta per narrare una fiaba e nella quale venivano conservati batuffoli di sogni. Prese le chiavi della macchina, il tettuccio aperto a lasciar entrare la luna e le stelle. Le colline, i tornanti, le ville dei parchi che, con le loro camelie ed azalee controluce sembravano dipinti di Monet, il lago dai mille riflessi li aveva visti mille e più volte eppure, come in un perpetuo rinnovamento, trovava in essi sempre qualche cosa di nuovo e meraviglioso: una sfumatura di colore, un profumo, un’emozione. Stresa l’accolse festante quasi a volersi contrapporre in modo netto al suo sentire. Posteggiò all’imbarcadero e si immerse in quel fiume di turisti abbronzati che sentiva in quel momento tanto distanti da lei: coppie abbracciate, bimbi che reggevano coni gelato parzialmente colati a colorare le loro magliette, palloncini, mille bancarelle sulle quali facevano bella mostra di sé oggetti di ogni tipo e colore, profumo di incensi e di fiori a confondersi con l’odore del fritto di pesce dei mille ristorantini li attorno. Sentì una musica strana, un flauto, una chitarra, un oboe; proprio li nel prato davanti al grande albergo un gruppo di ragazzi, vestiti come figli dei fiori dal’altri tempi, cantavano e suonavano le loro melodie. Fece il giro della piazza, allontanandosi il più possibile dalla folla, non le interessava guardare, voleva lasciarsi cullare da quella musica osservando ciò che la natura aveva creato. Una lattina di birra, seduta sulla spiaggia, le sembrò di calarsi in un’altra dimensione: le note la raggiungevano liete, le parole a sfiorarle l’anima appena cullate dalle rare onde increspate sui sassi e sul molo, li accanto. Energia. Calma. Sentire, annusare, guardare le luci riflettersi nell’acqua scura, le montagne, appena accennate la in fondo, le vele ferme a riposare, il piccolo traghetto illuminato in lontananza, le isole abbracciate dall’incantesimo della notte. Equilibrio. Ciò di cui ora aveva bisogno. La musica finì e lei ripercorse i suoi passi sentendosi più lieve. Un oggetto attirò il suo sguardo: un piccolo caleidoscopio di carta colorata sembrava chiamarla da una delle bancarelle. Aveva scordato per un momento che la sua vita era sempre stata così: tanti pezzettini colorati che sembravano non avere mai un senso ma che, in alcuni magici momenti, assumevano la forma ed il colore di un incredibile dono. Presa dai troppi impegni pensò che si era dimenticata di quel gioco: era ora di riprovarci, mischiare di nuovo gli specchi e vedere cosa ne sarebbe saltato fuori, questa volta. Con un sorriso seppe che era ora di tornare.

Foto di NADIA BOTTA da Pixabay

Innamoramento

Circa un anno fa mi innamorai repentinamente del cinese. No, sciocchini, non di un cinese, anche se devo dire di averne incontrato uno esteticamente davvero degno di nota, del cinese in senso di lingua. Che poi lingua, insomma, sembra facile a dirlo perché, ammettendo di limitare le mie attenzioni al solo Mandarino parlato ed ai caratteri semplificati scritti, si tratta già di due lingue. Alcuni pensano che certi amori non si addicano alla mia età ma io ho sempre avuto una certa predisposizione per le passioni impossibili e, diciamocelo, anche per le cause perse, quindi, testardamente continuo.
再见 !

SORGO ROSSO Mo Yan

C’è molto di rosso in questo libro, non solo il sorgo. Rossi sono le nuvole, il vino e le passioni, rossi gli occhi dei cani, la cupidigia ed il sangue, rosse le giacche dei bimbi e dei contadini, la crudeltà ed il destino. Non è semplice da leggere questo romanzo, occorre navigare, tra continui flash-back, lungo la storia di Yu Zhan’ao e della sua famiglia che si dispiega, raccontata dal nipote, concentrandosi principalmente sul periodo della guerra cino-giapponese (1937-45) ma in realtà coprendo, tra ricordi e ritorni, la vita di tre generazioni: quella dell’autore, quella di suo padre e quella dei nonni. Non c’è da ricercare una corrispondenza cronologica e storica degli eventi nei cinque libri che compongono questo romanzo; tra le parole e le immagini vivide che esse trasmettono si confondono eventi reali, o che di certo potrebbero esserlo, con altri assolutamente magici, allucinatori e fantastici che trasformano il libro in un vera saga epica dal fascino indiscutibile. Non c’è da cercare un finale, non si troverebbe; gli eventi non si concludono ma si sviluppano in narrazioni autonome, ognuna con un proprio finale, che si annodano e concatenano dilatando il tempo e lo spazio della narrazione globale che, proprio come un fiume, continua a scorrere, senza però raggiungere il proprio delta. E tra tutto questo le descrizioni vivide, quasi cinematografiche, i profumi, ma soprattutto gli odori, che sembrano farsi reali tanto da costringerti, a tratti, a sospendere la lettura per prendere fiato. Non sono un critico, né tanto meno un tecnico, non sono esperta di letteratura e di storia per cui non so dirvi cosa mi sia persa, e certo è molto, quello che posso dirvi è che vale davvero la pena di leggerlo.

M. IL FIGLIO DEL SECOLO Antonio Scurati

Mi spaventava approcciarmi a questo romanzo, in parte a causa delle dimensioni fisiche del libro, molto per il suo contenuto; così, per immergermi tra le sue pagine, ho atteso l’estate che mi regala sempre ore vacuamente morbide atte ad essere riempite con tutto quello che abbandono per via nei mesi frenetici delle altre stagioni.
Molto si è detto di questo libro, in primis che non sia un romanzo ma un saggio storico e pare che questa possa essere una colpa. Personalmente credo di aver letto un bellissimo libro di storia che l’autore ha avuto la capacità di scrivere con il linguaggio e la costruzione dei romanzi riuscendo ad avvicinare un pubblico che, come me, difficilmente si approccia a saggi e a biografie. Così, Scurati, con grande intelligenza, ripercorre gli anni tra il 1919 ed il 1924 in capitoli che si leggono con “voracità” e che terminano sempre con piccoli estratti di lettere, titoli di testate giornalistiche, telegrammi, documenti che come schiaffi in faccia ti riportano alla realtà e ti fanno pensare di aver letto come un romanzo avvincente una realtà storica sconvolgente.
Se dovessi descrivere l’emozione da me più frequentemente provata nella lettura l’unico termine utilizzabile è rabbia; rabbia per l’inettitudine della sinistra e le lotte intestine alla stessa che, a mio parere, moltissimo hanno contribuito ad aprire la via al fascismo, rabbia nel pensare che la sinistra italiana mai abbia davvero fatto un “mea culpa” assumendosi l’onere della propria cecità, rabbia nel vedere confermata la mia disillusione, che la storia nulla ci ha insegnato, che imperterriti ripetiamo gli stessi errori evitando sempre di assumercene le responsabilità.

Mussolini è come un animale, intelligente, istintivo, che fiuta l’aria del secolo in cui vive per raggiungere i suoi scopi «E quel che fiuta è un Italia sfinita, stanca della casta politica, della democrazia in agonia, dei moderati inetti e complici».

E si sa…i lupi sanno travestirsi per convincere un branco di pecore, soprattutto perché le pecore hanno memoria breve.