
Luci ed Ombre

Forse nessuno di noi lo è davvero, di sicuro io non sono una persona perfettamente equilibrata. Sono estrema, piena di contraddizioni e vivo cercando di mantenere in equilibrio una mente razionale ed un istinto primordiale, viscerale, credo fondamentalmente animale. Quindi per onestà devo avvisare chi passerà da qui che questo luogo non è altro che il mio psicologo virtuale. Con annessi e connessi.


Pur concordando sull’emendamento al decreto della riforma fiscale presentato della Boldrini e, contemporaneamente, ringraziando il cielo di essere ormai uscita dal tunnel di tampax ed altri ammennicoli, farei di alcuni argomenti relativi all’IVA non tanto una questione di genere quanto di logico buonsenso.
Stante che l’IVA in Italia è assestata (per ora…) al 22%, con aliquote ridotte, a seconda dei casi, al 4%, 5% e il 10%, compensative per quei beni e servizi che maggiormente incidono sul costo medio della vita, mi sono presa la briga di andare a curiosare tra le tabelle del Testo Unico IVA (Decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633 – aggiornato con le modifiche apportate da ultimo dalla Legge 30 dicembre 2018, n. 145) nelle quali mi sembra di aver trovato piccolissime incongruenze. Ne riporto solo alcune per non privarvi della suspense nel caso voleste dare una lettura per conto vostro perché, vi assicuro, in taluni punti sono addirittura esilaranti.
Acqua potabile (del rubinetto). IVA 10%, ma per saperlo bastava leggere la bolletta. Nessun commento.
Tartufi freschi o refrigerati. IVA 5%. Beh, diciamocelo, un bel tartufo fresco non si nega a nessuno, vi pare? E poi lo sanno tutti che i tartufi incidono in modo sostanziale sul costo medio della vita, proprio perché è medio: quindi se io ne mangio 2 chili al giorno e voi nulla in realtà quello che vale è la media anche se voi, non ne avrete sentito neppure l’odore. Ma attenzione; se volete acquistarli secchi o surgelati, l’IVA sarà pari al 10%!
Erbe aromatiche. IVA: DIPENDE. Le aliquote applicabili sono il 4%, il 5% ed il 10%. L’Agenzia delle Entrate, per determinare l’aliquota fa riferimento alle Tabella A, parte II bis allegata al DPR 633/72 che elenca tra i beni soggetti ad aliquota al 5% il basilico, il rosmarino, la salvia, l’origano a rametti o sgranato destinati all’alimentazione, le piante allo stato vegetativo di basilico, rosmarino e salvia. Per le altre piante aromatiche, l’aliquota IVA dipende dalla classificazione merceologica effettuata dall’Agenzia delle Dogane e Monopolio” (questo l’ho riportato solo perché è emblematico e rappresenta alla perfezione l’aggrovigliamento neuronale di certi enti)
Funghi: IVA 4% (come il pane, il latte, ma le uova stanno al 10% eh…)
Birra, molluschi e crostacei (esclusi astici, aragoste e ostriche), abbonamenti radiotelevisivi codificati (anche via cavo o satellite). IVA 10%, come l’acqua del rubinetto, per intenderci.
Ordunque, se mangerete troppi tartufi, ricordatevi di fare attenzione all’aliquota IVA sulla carta igienica che naturalmente è, come per gli assorbenti, le aragoste e le ostriche, pari al 22%. In alternativa potete optare per un foglio di quotidiano che, con la sua IVA al 4% vi potrà regalare l’inestimabile valore aggiunto di ripulirvi con la faccia di chi crederete opportuno.

Quando molti anni fa, curiosando in una libreria di Milano, incrociai questo microscopico libro e cominciai a sfogliarne le pagine mi si raggelò il sangue.
A seguito dell’armistizio del settembre ‘43 la divisione corazzata Leibstandarte -SS Adolf Hitler proveniente dal fronte russo fu inviata sul lago Maggiore per proteggere l’accesso alla frontiera Svizzera al fine di impedire la fuga di soldati italiani. In un brevissimo lasso di tempo, ossia tra il 15 settembre e l’11 ottobre, furono trucidati complessivamente 54 ebrei tra il lago Maggiore ed il Lago d’Orta, i nominativi dei quali furono ottenuti, secondo la bibliografia ufficiale, con la collaborazione degli uffici comunali.
Fu un pugno in pieno viso. I miei nonni, i miei genitori vivevano a Milano in tempo di guerra, si trasferirono nel ’64, dopo la nascita di mia sorella: ci può stare che non sapessero. Io però ad Arona ho frequentato elementari, medie e liceo diplomandomi nel 1985, tanto tempo fa, concordo, ma comunque sempre 40 anni dopo lo svolgersi di tali eventi.
Come era possibile che nessuno mi avesse mai raccontato questa storia? Ricordavo quello che avevamo studiato sulla seconda guerra mondiale, i tanti libri letti, le molte parole da parte di professori di lettere, storia e filosofia, spesso decisamente “politicamente schierati”, ricordavo lezioni inerenti il nostro territorio in quel periodo, approfondimenti sulla Repubblica partigiana dell’Ossola e l’eccidio di Fondotoce, ricordavo assemblee studentesche, gruppi di studio, ma, nonostante tutto, nulla inerente questi fatti.
Fui presa da un desiderio ormai adulto di approfondire, leggere, capire catturata da una specie di tarlo che mi logorava: cercai in casa, tra i libri di papà solo un brevissimo accenno nella Storia di Italia di Montanelli, quasi come se tutto questo non riguardasse la nostra storia, non riguardasse l’Italia, non riguardasse noi. Mi recai pertanto nella mia solita libreria chiedendo un testo (M. Nozza, Hotel Meina. La prima strage di ebrei in Italia, Milano 1993) e sentendomi rispondere dal mio amico occhialuto che il libro lo conosceva ma che non era disponibile; rimasi esterefatta e dissi che non mi sembrava normale non trovare proprio li un libro che parlava di una evento importantissimo delle nostre zone. Ricordo ancora lo sguardo e le parole: “non hai idea, io ci ho anche provato, ma la gente di qui queste cose non le vuole né ricordare né sapere”.
Me lo procurò, vi trovai alcune risposte e, da allora, non ho più smesso di cercarne.
Vorrei sbagliarmi ma penso seriamente che l’ignoranza in cui siamo cresciuti sia figlia in parte della vergogna ed in parte dalla paura; la vergogna di molti per non aver fatto qualche cosa, tranne che in rare eccezioni, per difendere quelle persone, molte delle quali facevano parte da sempre della comunità, erano amici, colleghi, compagni di scuola, e la paura di alcuni di essere scoperti nelle proprie piccolezze, nelle delazioni e collusioni, nei sotterfugi di una zona di frontiera dove stava passando una grande ricchezza: ebrei destinati alla morte e pertanto disposti a cedere ogni proprio bene pur di mettersi in salvo raggiungendo la Svizzera.
So che nell’ultimo decennio qualche cosa in più è stato fatto, intestando edifici, facendo conferenze, raccontando la storia dei pochi sopravvissuti: penso tuttavia che l’omertà degli anni in cui la mia generazione avrebbe dovuto essere formata alla consapevolezza civica e storica sia stata gravissima in quanto ha reciso la linea del racconto con chi era stato li, camminando in quei luoghi ed incontrando quelle persone, ci ha impedito di confrontarci con chi aveva aiutato e, perché no, forse anche con chi aveva tradito perché la condivisione può lenire il peso di tanti peccati.
E alla luce di quanto accade oggi intorno a noi temo che continuando ad auto assolverci, a nascondere, a modificare la realtà, a seconda del nostro comodo, atteggiamento qualunquista certamente meno faticoso rispetto ad una reale ed oggettiva presa di coscienza, abbiamo perso l’opportunità di rimanere memoria vivente delle nostre colpe mettendoci pertanto in pericolo di compiere i medesimi errori domani.
Pioggia sottile. Sei sempre stata presente nei momenti difficili della mia vita. Ora io sono qui, per te. Ripenso al giorno in cui diedi l’ultimo saluto a papà e non ricordo nulla, se non un vuoto lacerante che, figlia, non avevo mai immaginato di poter provare. Sei intelligente, solida, profonda, una persona di valore, dimostri il tuo bene in mille modi ma non lo esprimi mai a parole. Sfioro il tuo volto con una lieve carezza e resto accanto a te, in silenzio. Lassù, in alto, la prima neve.

Era estate, un sabato sera dall’aria calda e limpida. Si sentiva stanca, un po’ sola forse, quella strana sensazione frammista di malinconia e tristezza che ogni tanto la coglieva. Cenò, osservando la micia saltellare rincorrendo una minuscola falena fattasi un varco tra gli scuri appena accostati. Stava per mettersi a piangere, ogni tanto lo faceva senza un motivo preciso: forse la stanchezza accumulata in quegli ultimi mesi, forse il pensiero di lui, lontano e comunque mai davvero vicino, o forse, semplicemente, un momento di sfogo, di quelli che talora lavano le piccole pene quotidiane. Sentì che se avesse lasciato spazio a quelle sensazioni avrebbe trascorso una pessima serata svegliandosi l’indomani con il mal di testa e gli occhi gonfi. Facendosi un poco violenza decise di fare qualche cosa: dei jeans, una maglietta, la treccia a raccogliere velocemente i capelli, la borsa di stoffa dai mille colori che le ricordava tanto quella che aveva disegnato una volta per narrare una fiaba e nella quale venivano conservati batuffoli di sogni. Prese le chiavi della macchina, il tettuccio aperto a lasciar entrare la luna e le stelle. Le colline, i tornanti, le ville dei parchi che, con le loro camelie ed azalee controluce sembravano dipinti di Monet, il lago dai mille riflessi li aveva visti mille e più volte eppure, come in un perpetuo rinnovamento, trovava in essi sempre qualche cosa di nuovo e meraviglioso: una sfumatura di colore, un profumo, un’emozione. Stresa l’accolse festante quasi a volersi contrapporre in modo netto al suo sentire. Posteggiò all’imbarcadero e si immerse in quel fiume di turisti abbronzati che sentiva in quel momento tanto distanti da lei: coppie abbracciate, bimbi che reggevano coni gelato parzialmente colati a colorare le loro magliette, palloncini, mille bancarelle sulle quali facevano bella mostra di sé oggetti di ogni tipo e colore, profumo di incensi e di fiori a confondersi con l’odore del fritto di pesce dei mille ristorantini li attorno. Sentì una musica strana, un flauto, una chitarra, un oboe; proprio li nel prato davanti al grande albergo un gruppo di ragazzi, vestiti come figli dei fiori dal’altri tempi, cantavano e suonavano le loro melodie. Fece il giro della piazza, allontanandosi il più possibile dalla folla, non le interessava guardare, voleva lasciarsi cullare da quella musica osservando ciò che la natura aveva creato. Una lattina di birra, seduta sulla spiaggia, le sembrò di calarsi in un’altra dimensione: le note la raggiungevano liete, le parole a sfiorarle l’anima appena cullate dalle rare onde increspate sui sassi e sul molo, li accanto. Energia. Calma. Sentire, annusare, guardare le luci riflettersi nell’acqua scura, le montagne, appena accennate la in fondo, le vele ferme a riposare, il piccolo traghetto illuminato in lontananza, le isole abbracciate dall’incantesimo della notte. Equilibrio. Ciò di cui ora aveva bisogno. La musica finì e lei ripercorse i suoi passi sentendosi più lieve. Un oggetto attirò il suo sguardo: un piccolo caleidoscopio di carta colorata sembrava chiamarla da una delle bancarelle. Aveva scordato per un momento che la sua vita era sempre stata così: tanti pezzettini colorati che sembravano non avere mai un senso ma che, in alcuni magici momenti, assumevano la forma ed il colore di un incredibile dono. Presa dai troppi impegni pensò che si era dimenticata di quel gioco: era ora di riprovarci, mischiare di nuovo gli specchi e vedere cosa ne sarebbe saltato fuori, questa volta. Con un sorriso seppe che era ora di tornare.



Ho l’impulso di guardare indietro. Cazzarola se è buio! Oggi invece c’è il sole e, forse, ci sarà anche domani.
Lei avrà avuto tre anni, credo, il fratellino cinque. Non so dirvi se parlassero il quechua o l’aymara, certamente non parlavano lo spagnolo, ma quel giorno non ci fu bisogno di un idioma comune per comunicare. Il mio zainetto era colmo, come sempre, di carta, biro e, soprattutto di pastelli colorati; le caramelle sono buone, ma i dentisti costano molto e non si trovano con tanta facilità da quelle parti, mentre le matite ed i colori durano di più, creano sogni, e, soprattutto, non fanno male a nessuno.
Presi due pastelli, del colore del fuoco e del cielo, e li porsi alla piccina che, di rimando, mi scrutò con un’aria perplessa…probabilmente le sembrava già molto bizzarra questa signora dalla pelle chiara e dai capelli biondi ma con ancora maggiore curiosità osservò quei due oggetti che le parvero, credo, assolutamente strani e misteriosi.
Non mi era mai capitato di offrire dei pastelli colorati ad un bimbo e di avere, netta, l’impressione che non sapesse cosa farsene. Credo che al momento rimasi più interdetta di lei. Ci guardammo. Curiose. La presi per mano, non mi sembrò infastidita da questo, andai verso il tavolo di legno con la panca, al centro del paese, mi sedetti e la sollevai sulle mie gambe.
Tutte le volte che prendo in braccio un bambino le sensazioni sono le stesse…mi si scioglie qualche cosa nello stomaco, mi riempio di una dolcezza infinita, come se, per un momento, quel vuoto che per tanti anni ho vissuto come un castigo, e che, con il tempo, si è fortunatamente sopito e trasformato, si farcisse di una gioia infinita.
I suoi vestiti multistrato di lana pesante erano duri e rigidi come il cartone, sporchi, forse, o ricoperti da quella poca salsedine presente in quel lago leggermente salato. La lunga treccia nera e lucida, scendeva impertinente dal cappellino colorato ed i grandi occhi profondi non mostravano alcuna forma di diffidenza; sembrava a suo agio, sulle mie gambe fortunatamente non ossute, e pertanto, suppongo, abbastanza accoglienti per quella piccola creatura.
Presi un foglio e cominciai ad abbozzare quei soggetti, banali, infantili, che mille e mille volte avevo già disegnato per le mie nipotine, curiose come delle scimmiette, sempre pronte a nuove richieste mettendo, talvolta mi sembra di pensare con fanciullesca soddisfazione, in serie difficoltà la zia dotata di doti artistiche non propriamente esperte.
Come mi sentii quel giorno non so descriverlo…una fata, forse. Sul foglio bianco comparve un pesciolino rosso…i mie pesci hanno le ciglia lunghe, le labbra carnose e non sembrano certo patire la fame, direi. Gli occhi scuri, attenti, si aprirono un pochino di più…ed una piccola luce si accese; ricevetti uno sguardo che non mi permise di smettere. E fu così che comparve un fungo, gigante, con una porticina e tante finestre, da una delle quali, un bruco curioso con un cappello in testa, guardava i fiorellini sottostanti. La piccina sgranò gli occhi e lo accarezzò, delicatamente, dicendo qualche cosa che non capii, ma che arrivò dritto al mio cuore. E nacque allora una lumaca, con il comignolo fumoso e le lunghe antenne sfiorate da due inverosimili farfalle dalle dimensioni spropositate. Ma, misteri della carta, questa volta vennero alla luce soltanto i loro bordi…e poi ci ritrovammo, insieme, la sua manina scura, chiusa attorno a quei magici strumenti nella mia mano bianca, a riempire quei vuoti, di mille colori e mentre l’arcobaleno affollava quel piccolo foglio sentii quella risata, squillante, pura come lo scrosciare di acqua di montagna, la vidi felice e mi sentii in perfetta sintonia con lei. Senza parole.
Le parole mi vennero, la sera, quando ripensai a quei momenti e ancora oggi, mentre ricordo; sono parole di gratitudine per quello che la vita mi ha donato, parole di preghiera, e non importa in che lingua siano dette o a che Dio siano rivolte.
Padre nostro
Yayayku hanaq pachapi kaq,
sutiyki yupaychasqa kachun.
Kamachikuq-kayniyki takyachisqa kachun,
munayniyki kay pachapi ruwakuchum,
Imaynan hanaq pachapipas ruwakun hinata.
Sapa p’unchay mikhunaykuta quwayku.
Huchaykutapas pampachawayku,
imaynan ñuqaykupas contraykupi huchallikuqniykuta panpachayku hinata.
Amataq watiqasqa kanaykuta munaychu,
aswanpas saqramanta qispichiwayku.
Qanpan kamachikuq-kaypas, atiypas,
wiñaypaqmi yupaychasqa kanki.
Amen
