Leggendo il giornale mi soffermo, talvolta, su notizie che mi lasciano interdetta. Ieri, scorrendo la Repubblica, sono stata colpita da quella della quale mi accingo a scrivere non riuscendo proprio ad astenermene.
A Londra è stata inaugurata la statua che commemora Mary Wollstonecraft. Chi era costei? Per farla breve “soltanto” una donna, vissuta tra il 1759 ed il 1797, che, autodidatta, divenne filosofa e scrittrice pubblicando, nei suoi soli 38 anni di vita, alcuni libri tra i quali uno, dal titolo “A Vindication of the Rights of Woman” che le valse di essere considerata come la fondatrice del femminismo liberale. Che poi questa Mary sia stata anche la madre di quella Mary Shelley che nei primi anni dell’ottocento riuscì a pubblicare, tra moltissimi altri, anche il suo meraviglioso Frankenstein con il proprio nome anziché con quello del marito, come ai tempi si usava, non mi sembra notizia irrilevante.
Ebbene, nella modernissima Londra del 2020, dopo secoli di noncuranza nei confronti della signora Wollstonecraft e dopo un decennio di raccolta fondi viene finalmente scoperta “l’opera” della scultrice Maggi Hambling incaricata di renderle in tal modo omaggio.
Quello che vedete nella fotografia è il risultato di tanto ingegno. So di non essere una critica d’arte e di non avere competenze a tale proposito, ma, da un punto di vista esclusivamente estetico, questa cosa la trovo terribile anche se non mi sarei spinta a giudizi letti su altre testate e che qui vi riporto in quanto il monumento in questione è stato paragonato da alcuni ad esempio ad una “Barbie svestita” o, e devo ammettere che questa mi è piaciuta davvero, ad una “decorazione di Natale da sito porno”.
Non ho trovato molto su quanto riportato dalla scultrice a parte il fatto che ha sostenuto di non aver voluto rappresentare la Wollstonecraft storica quanto “ogni donna”: «Il punto è che deve essere nuda perché i vestititi definiscono le persone. Per quanto mi riguarda, ha più o meno la forma che tutte vorremmo avere».
Ora, gentilissima signora Hambling, a parte il fatto che io sono donna e che quella forma non la vorrei proprio avere, in cosa esattamente di questo parto della sua arte noi donne dovremmo riconoscerci? Dove dovremmo cogliere lo spirito di una donna che secoli fa, pare, sia stata molto più moderna di lei?
«È tempo di compiere una rivoluzione nei modi di esistere delle donne – è tempo di restituire loro la dignità perduta – e fare in modo che esse, come parte della specie umana, si adoperino, riformando se stesse, per riformare il mondo.»
(Mary Wollstonecraft, A Vindication of the Rights of Woman)
Questo scrisse la signora Wollstonecraft nel 1792. E lei ora crede di rendere omaggio alla sua persona con quest’opera d’arte? “I vestiti definiscono le persone”, posso concordare con lei, ma in che cosa una donna nuda, con un fisico davvero poco settecentesco, con un pube al vento ricoperto da foltissima peluria dovrebbe ricordare ai passanti il valore della persona, qualora la conoscessero, o incuriosirle tanto da approfondirne la conoscenza? Tralasciamo che non esiste ancora alcuna vera parità di diritti nel nostro bel mondo occidentale, ma mi domando se lei, presa dalla sua vena creativa, non sia stata minimamente sfiorata dal fatto che migliaia di donne nel mondo un vestito ancora non se lo possono proprio scegliere, perché sono coperte da un burka, o perché sono spogliate e vendute, e picchiate. Chissà se l’ha sfiorata il pensiero che ancora si giustificano violenze sessuali perché la vittima si è vestita come cavolo voleva “istigando” in tal modo alla violenza subita.
Sa come mi sarebbe piaciuta una statua che rappresentasse Mary Wollstonecraft? Una donna, in vestiti dell’epoca, con la sua bella cuffietta che stringe, in un unico grande abbraccio tante donne, di ogni età, forma e colore, vestite nei modi più diversi, dalla contadina, alla scienziata, dalla pornostar all’astronauta, che sorridono tenendosi per mano.
Io, a lei, la mano non la stringerei.
