Rimembranze

Oggi, passeggiando nel bosco, la mia mente è tornata, non so come, ai miei diciott’anni ed è stato, per un po’, come camminare in mezzo ai ricordi. Mi sono rivista, con le mie sorelle, mentre ci facevamo a turno le mèches con le cuffie di plastica, l’uncinetto, quei tossici preparati all’ammoniaca, ridendo delle macchie ma comunque orgogliose del nostro biondo fai-da-te. Ho visto le forbici correre sulla stoffa, intorno al modello che mi aveva fatto mamma, a ritagliare gonne e pantaloni che poi avremmo cucito insieme, chiacchierando e facendomi pensare che, se soldi non ne avevo, certo vestiti come i miei non ne avrebbe indossati nessun’altra. E ho ricordato quel maglione: lo avevo fatto a maglia rasata, tre strisce orizzontali, quella più bassa bianca, l’intermedia grigia chiaro, l’ultima di un grigio scuro, tendente al nero e, su quelle basi, avevo poi ricamato un mondo di sogno. C’erano casette dai tetti innevati con luci calde che uscivano dalle finestre, abeti, una slitta e tanta neve che cadeva lenta e svogliata a ricoprire il tutto. Mi sono rivista a cucinare chili di pasta e teglie di wurstel con il formaggio perché la carne costava troppo. Ho rivissuto quel Natale in cui, non avendo la possibilità di farci regali, ognuno di noi aveva impacchettato piccolissime cose di tutti i giorni ed aveva scritto biglietti teneri, o buffi; riempimmo con queste cose un enorme cesto di vimini trascorrendo poi un intero pomeriggio ad aprire, leggere, commentare a turno, come se avessimo fra le mani i tesori più grandi che avessimo mai visto. Ho sorriso pensando a quanto oggi tutto questo potrebbe forse sembrare assurdo e faticoso consapevole e grata della forza e della ricchezza che invece mi ha regalato

Foto di congerdesign da Pixabay

Binari

Lei cammina su di un binario sul quale si alternano sassi e fiori. Osserva un secondo binario, apparentemente poco distante perché, per brevi tratti, è riuscita a sfiorarlo mentre, il più delle volte, le è sembrato lontano ed irraggiungibile. L’effetto ottico è, talvolta, quello di un percorso parallelo al suo, disgiunto ma non poi così dissimile mentre, più spesso, quella linea pare allontanarsi in una curvatura infinitamente lontana, pur se sempre visibile. Non ha scelto il percorso, si è trovata li per caso e, sempre per caso, ha incrociato per la prima volta quello strano binario e l’uomo che su di esso cammina. Lo conosce, senza conoscerlo. Lo sente. Percepisce che quella figura, fisicamente distante, non è mai completamente lontana, come se una forza particolare ed ignota li attraesse senza facilitarne l’incontro o, addirittura, tenendoli discosti. Riconoscerebbe ovunque quella camminata, lo sguardo, le labbra sempre un po’ imbronciate. Ogni volta che la sua strada si avvicina un po’ ella arrossisce nel camminare, un calore profondo a scenderle dalla testa al pube per poi raggiungere le gambe rendendole incerte. Un gioco dolce ed amaro; vicini e lontani. Desiderio di baci che arrivano in fretta, di lingue a cercare, di mani ad esplorare, di dita a scoprire. Smania di qualcosa di nuovo che riporta tuttavia a pensieri lontani, capricci di dolcezza, respiro di piacere, odori e sapori, pelli increspate a saziare l’istinto.
Nessuna parola tra i due, non servirebbe ad anticipare il piacere perché esso arriverà comunque, forte e prepotente ed entrambi ne vivono il pensiero, ognuno sul proprio binario, come se il tempo non fosse importante.

…Ho voglia di te. Sono morbida dentro.

…Lo so, lo sento.

L’attesa ha tempi incerti, un odore umido e profondo.

…Voglio sentire il tuo sapore.

…Lo so, lo sento.

Solo pensieri.

…Cercami dove qualcuno si è fermato alla soglia senza mai davvero riuscire a raggiungermi.

Lo sguardo di lui a cingerla e spogliarla per liberarla di quello che è pronta ad offrire. Continuano a camminare, ognuno sul suo binario, avvolto nelle proprie fantasie.

Maximón

I bambini corsero incontro alla lancia coperta appena attraccata presso il piccolo molo. Mentre alcuni si tuffavano gioiosi nelle calme acque del lago tra le barchette dei pescatori che ciondolavano pigre, due piccini, gli occhi grandi e scuri, scintillanti di pagliuzze ramate, mi si avvicinarono: “Hola señorita…! ….Maximón señorita? Por aqui. Cinco quetzales”. Sorrisi. Mani piccine strinsero le mie e, al ritmo di gorgheggi e trilli cristallini, mi guidarono, quasi correndo, lungo il villaggio di Santiago, tra strette vie, disordinate e sporche, che si arrampicavano lungo una pavimentazione di sassi solo a tratti ingentilita da piccoli ciuffi d’erba, pannocchie multicolori appese alle pareti, cucine di strada ed utensili d’ogni forma e dimensione abbandonati ovunque. Un dedalo di case basse, simili tra loro, poche donne in giro, qualche uomo seduto fuori della porta sonnecchiante sotto il cappello a tesa larga. Avevo letto di Maximón nella mia guida ed in alcuni diari di viaggio e quasi tutti parlavano piuttosto male di questo “santo fantoccio”, dipingendolo come un imbroglio per turisti ed un modo semplice per recuperare poco denaro. Ma io ci tenevo a vedere con i miei occhi di cosa si trattasse. Avevo già avuto modo di osservare molte chiese in Guatemala e lo strano culto dei santi di questo popolo al quale la religione cattolica era stata imposta dagli invasori spagnoli. “Radi tutto al suolo, distruggi, imprigiona, uccidi…su questa tabula rasa costruirai le tue chiese e convertirai nuove genti”. I Maya, probabilmente, avevano subito, come altri mille popoli, mantenendo tuttavia quella loro singolare autonomia ed originando un culto forse bizzarro, ma molto affascinante, dove le statue dei santi erano abbigliate con stoffe multicolori e trasformate in suggestive mescolanze tra icone cattoliche e idoli pagani, e petali di fiori, frutti, cereali e candele a terra, accompagnavano il credente prostrato dinnanzi all’immagine del proprio credo. Giunta dinnanzi ad una povera abitazione fui introdotta in un’angusta stanza al cospetto di Maximón, a cui si indirizzano le invocazioni locali per i bisogni più importanti. Gli occhi ci misero un po’ ad abituarsi alla penombra fino ad identificare quel curioso groviglio tra un culto religioso cristiano ed uno esoterico. Alla mia destra un altare, addobbo di pizzi e frange, un quadro raffigurante una madonna con bambino e moltissimi ex voto alla parete, candele, ceri, fiori di plastica ovunque, appesi al soffitto festoni, palloncini, carta colorata, cravatte. Odore di sigaro e incensi; dinnanzi a me, questo strano idolo, un pupazzone di legno, in posa di uomo seduto su uno scranno e, di fianco a lui, due tizi, che scoprii più tardi essere i custodi sempre presenti, notte e giorno. Maximón era davvero ben abbigliato: scarpe di pelle, di foggia italiana, abiti di buona fattura, sciarpe di seta, una certa quantità di cappelli impilati. Un grosso sigaro in bocca. Per terra alcune candele immerse in uno squaglio di cera multicolore. Avevo letto che questo idolo predilige, in dono, oltre naturalmente a quetzales o dollari, sigarette e rum. Domandando con lo sguardo il consenso ai custodi poggiai una sigaretta nella vaschetta delle offerte convinta che, immediatamente dopo la mia uscita, i due se le sarebbero intascata, ma, con mio sommo stupore, quello di sinistra la raccolse, la mise in bocca al pupazzone e gliela accese impiegando lo stesso cerino per accendere una candela, il tutto muovendosi con devozione e rispetto. Offrii una sigaretta anche ai custodi e tutti e tre se la fumarono con gusto, in religioso silenzio. Non posso negare che, se avessi avuto una bottiglietta di rum, sarei stata curiosa di vedere se quello strano totem di legno allegramente abbigliato si sarebbe bevuto pure quella! Il sudore cominciava a scendere lungo il collo in piccole stille; mi soffermai ancora pochi istanti, rifiutando la foto ma lasciando comunque un’umile offerta ed uscii, ritrovando i bimbi saltellanti esattamente dove li avevo lasciati. Un anziano signore mi spiegò che Maximón è molto amato e rispettato e che porta benessere a tutti in quanto vive nelle case, migrando, di anno in anno, da una famiglia all’altra e distribuendo così in modo equo tra gli abitanti del villaggio la fortuna della cacciata degli spiriti maligni e del poco benessere economico che l’avvento di turisti e pellegrini apporta. Insomma, sarà anche strano, un idolo vanitoso, tabagista ed alcolista ma, che dire, io l’ho trovato simpatico e molto, molto giusto.