Suggestioni

C’est vraiment un lieu délicieux ce lac d’Orta. A l’entour, des rives à la fois sauvages et cultivées: le monde que le voyageur a vu, se retrouve en petit, modeste et pur, et son âme reposée le convie à rester là, car un charme poétique et melodieux l’entoure de toutes les harmonies, et réveille toutes idées. C’est à la fois un cloître et la vie. (Honoré de Balzac)

Interazioni

Lo spazio ed il tempo. Osservo quella stella così luminosa e so, che se fosse molto distante, potrebbe essersi già spenta, tanto tempo fa. Davvero si possono trascurare le interazioni tra diversi pianeti? E noi non siamo forse come piccoli pianeti e corpi celesti che ruotano a distanza? Mi domando se la luce che mi attraversa arrivi da qualche cosa di vivo, che si è già spento o che non è mai stato.

Natale

Per me quest’anno non è stato negativo. Impegnativo, quello si, scandito da ansie, solitudini, dal tempo, talvolta concentrato ed altre dilatato di mesi strani che, pur restando immobili, sono comunque volati. La fatica maggiore è stata quella di sopportare e gestire la distanza dalla mia famiglia che però non si è mai trasformata in distacco perché quello che è dentro di te non si allontana mai, il dolore più grande quello di vedere così poco la mamma, e, soprattutto, di non poterla stringere a me per farle sentire più forte la gratitudine per il suo grande amore perché, anche a cinquantaquattro anni, proprio come l’acqua di un fiume che non sceglie il suo corso ed il suo destino, ogni gioia ed ogni dolore arrivano a lei il cui sesto senso non è stato minimamente scalfito dall’età e la cui generosità ha sempre abbracciato noi figli infondendo coraggio, fiducia, speranza. Per me quest’anno non è stato negativo perché ho sempre sentito forte l’affetto dei miei fratelli, ho avuto molto vicina un’amica speciale che mi conosce abbastanza per sapere che, quando non sto bene, mi chiudo a riccio e mi lecco le ferite e riesce ad essere presente con delicatezza e solida costanza anche se i nostri “ritmi vitali” sono talvolta così diversi, ho avuto piccoli viaggi e una bella vacanza, attimi di vera gioia che mi hanno regalato una me che credevo dimenticata, sogni, un pezzetto di passato che ha fatto capolino lasciando domande prive di risposte ma che, con mio grande sollievo, ho scoperto essere dentro di me ma di essere capace di non insistere per trattenere. Ho avuto un lavoro con scontri, anche violenti, insoddisfazioni e qualche gratificazione. Ho imparato a conoscermi un po’ di più e a perdonarmi alcuni dei miei limiti. E sono arrivata qui, un pochino più vecchia, un pochino più consapevole con una nuova voglia di addobbare, finalmente, la mia casa ed il mio cuore a Natale.

Caro Babbo Natale

Caro Babbo Natale, il 10 Dicembre 2009, tanto tempo fa, in un altro mondo ed un’altra vita scrissi il seguente post:

Sono seduta al tavolo, in braccio la mia nipotina che compirà tre anni tra pochi giorni. Stiamo disegnando.

– zia Micky….

– si?        

– ma Goccia ( il mio gatto) abita con te?

– certo tesoro

– e pecchè?

– perché così ci teniamo compagnia

– … zia Micky…

– dimmi…

– ma non preferisci un uomo?

– (azz….)…amore, sai, bisogna trovare l’uomo giusto

– …e tu ceccalo…

– (dici niente…) e come lo cerco tesoro, come il tuo principe ranocchio?

– ma noooooo…quello e trooppooo verdeeee…

– lo cercherò tesoro, ma non so se sarà facile trovarlo

– e tu chiedilo a Babbo Natale, noooo?

Caro Babbo Natale, è un po’ che non ti scrivo ma ora, a seguito di sollecitazione da parte di una dolcissima fanciulla, mi accingo a farti un’umile richiesta. Desidererei un Uomo e so che la maiuscola limita già molto il tuo campo di ricerca. Giustamente ti servirà qualche informazione: se dicessi vorrei un bambola potrebbe arrivarmi una Pigotta, un Cicciobello, una Barbie o una Bratz, e c’è senza dubbio una bella differenza. Stante la U sarebbe necessario un principe assolutamente non verde, non nero, e non scherziamo neppure nel cercare di rifilarmelo azzurro; la colorazione dovrebbe tendere al rosso non essendo tuttavia vincolanti la falce ed il martello. Dovrebbe essere una Persona (troppe maiuscole…vabbeh…fosse facile mica disturberei te), intelligente, onesta, attenta agli altri, curiosa della vita, che non si stanchi di imparare e di stupirsi, qualcuno che sappia sorridere e godere di ciò che di bello ha ma che non pensi sia un reato mettere in luce anche le proprie debolezze e cercare l’appoggio in chi gli sta vicino, quando necessario. Vorrei una Persona che esca dagli schemi di questa società in cui si consumano oggetti e persone, creando rifiuti, qualcuno che ancora creda che per conoscersi ed imparare a volersi bene occorra prendersi per mano e cominciare a camminare fianco a fianco, raccontandosi, creando intimità e complicità e pazientando, a volte. Vorrei qualcuno che ami davvero la vita, in tutti i suoi colori, che stia lontano quanto possibile dai pregiudizi e che non abbia troppe certezze…i mai ed i sempre non riesco ad applicarli alla mia esistenza. Vorrei qualcuno che rida e, se proprio necessario, pianga con me, che rimanga vicino, nonostante la distanza, che come me creda che la vita sia troppo bella e breve per sprecarla in rapporti inutili e sterili…forse …un raccoglitore di scintille.

Ora, caro Babbino, il tuo regalo mi fu recapitato dopo 9 mesi e già questo periodo, simil gestazione, avrebbe dovuto farmi sorgere qualche dubbio. Che io veda cose inesistenti nelle persone e che sia stordita lo sanno anche i sassi ma una tale taroccata da te non me la sarei mai aspettata, quindi, ecco, ti ringrazio, per quest’anno sono a posto e, facciamo pure, anche per il prossimo ventennio.

Foto di Judith Crowell da Pixabay

Dodici passi

Molti anni fa conobbi un uomo, un ex alcolista anche, se a suo dire, e non ho nulla per cui dubitare di ciò, non si è mai ex, si resta dipendenti lottando ogni giorno per vincere la battaglia. Credo veramente sia così; le dipendenze fisiche, affettive, mentali non si cancellano, si combattono, a piccoli passi, giorno dopo giorno. Nel mio disequilibrato equilibrio penso di avere diverse forme di tendenza alla dipendenza ed alcuni comportamenti ossessivi-compulsivi per cui dedico ogni giorno un attimo di riflessione a queste mie debolezze per imparare ad accettarle, ove possibile, ed a combatterle, quando utile. Quell’uomo era molto intelligente, colto, interessante; credevo di aver instaurato con lui un rapporto di amicizia e forse, nonostante le nostre reciproche debolezze, è stato veramente così e ci siamo voluti bene ma un giorno ho sentito che la fiducia che stavo riponendo in lui era in pericolo e, piano piano, ci siamo allontanati, fino a perderci. Oggi, che più cose ho compreso di me stessa, mi piacerebbe che lui sapesse che conservo ancora quella scatolina con inciso 12 e la croce che, sembrerà assurdo, rischiai di perdere in moto e presi al volo proprio il giorno in cui mi comunicò che gli avevano trovato una brutta malattia ma, soprattutto,  il libretto degli alcolisti anonimi dei dodici passi che, anche se non sono un’alcolista, leggo spesso per riflettere e per riuscire ad affrontare, giorno dopo giorno, tutte le mie debolezze. Oggi mi piacerebbe che lui sapesse che il passaggio nella vita di un altro essere umano non è mai invano.

Foto di Лечение наркомании da Pixabay

Il rumore del vuoto

Davvero non lo senti il rumore del vuoto? Le urla di quei visi dipinti, di quei rapporti stanchi, costruiti, assemblati per utilità e mantenuti in vita per la paura di lasciarli andare. Dare e avere, prendere, usare, consumare, buttare. I sorrisi forzati, le attenzioni interessate, le relazioni falsate da mille cose al di fuori di te. Superficie che soffoca ed affoga senza riuscire a raggiungere la salvezza della profondità. Davvero non lo senti il vuoto che urla? Uno, nessuno, centomila, maschere, finzioni ti girano intorno senza riempire mai. Davvero non le senti le urla del vuoto dentro di te?

Chi si loda si imbroda

Così diceva mia nonna Gisa che, comunque sia, si lodava spesso. Al contrario mamma e papà non hanno mai avuto la tendenza a vantarsi dei propri meriti, anzi, ed hanno cresciuto noi allo stesso modo. Senso del dovere e della responsabilità; così, quando prendevamo un bel voto alle superiori, papà non ci lodava ma ci diceva, sorridendo, “hai fatto LA META’ del tuo dovere” e quando, più avanti, superavo un esame all’università lui esclamava “Brava!” ma seguiva subito un “…a quando il prossimo”? Mamma è sempre stata più gratificante, da questo punto di vista, i suoi abbracci erano il caldo riconoscimento di un risultato ottenuto. Così, tra un’educazione in cui il proprio dovere ed il rispetto di pochi ma fondamentali principi di vita erano base imprescindibile e la mia indole sono cresciuta, in ambito lavorativo, e forse non solo, precisa, puntigliosa, diciamo pure rompiscatole, sempre con un dubbio da approfondire e risolvere, testarda ed ahimè, onesta, caratteristica che in ambito lavorativo non sempre si volge a proprio favore. Sono sempre stata aiutata molto, nel mio lavoro, da una grande memoria, dalla capacità innata di schematizzare e catalogare, da una naturale propensione all’utilizzo di supporti informatici e, soprattutto, dal non aver mai perso la voglia di studiare. L’unico vero problema è che per me quello che faccio non è mai fatto abbastanza bene, è sempre migliorabile, ed ho dovuto darmi regole per definire tempi e metodi per evitare di fossilizzarmi su particolari che, data la mia natura, tenderebbero a farmi perdere di vista l’importanza dell’insieme. Questi mesi sono stati pesantissimi, ho dovuto ingoiare rospi ed orgoglio, mi sono intestardita e non ho mollato l’osso, ho fatto tutto quello che secondo me era utile ed indispensabile, ho fatto anche di più ed ho raggiunto un ottimo risultato per la mia azienda ma, soprattutto, per me stessa ed ho avuto un riconoscimento della mia professionalità e di tanti anni di studio ed impegno. Per cui perdonatemi: questa volta ho proprio voglia di imbrodarmi perché sono stata brava e sono orgogliosa di me stessa. Ma dato che non amo il brodo mi inzupperò…

Foto di Mogens Petersen da Pixabay

Ci fu un giorno

Ci fu un giorno in cui, svegliandomi, mi ritrovai davanti ad un uomo che mi fece paura; me ne andai e non feci ritorno. Provare paura per l’uomo che credi di amare e con il quale hai condiviso un tratto della tua vita è qualche cosa che ti lacera dentro. La cosa assurda è che la prima domanda che ti poni è: cosa ho fatto per scatenare questa rabbia così violenta? La prima reazione è quella di colpevolizzarti. La seconda è quella di fingere, nascondere tutto alla tua famiglia, agli amici, per non addolorarli, per vergogna, per orgoglio, addirittura per proteggere lui dal giudizio degli altri, senza una logica, senza una ragione. La violenza segue tante strade, può essere fisica, psicologica, manifesta o latente ma è sempre violenza. E l’amore, con tutto questo, non ha nulla a che vedere.  La mia esperienza fu sconvolgente per cui non riesco neppure ad immaginare cosa voglia dire subire violenza da parte di un padre, un marito, un compagno, un amico, un estraneo; non posso dare consigli ma posso mettermi a disposizione, per tutte quelle donne che conosco e che, magari, soffrono in silenzio, che subiscono pensando di non avere nessuno con cui parlare, che non riescono a trovare la forza per liberarsi da un rapporto malato. Posso chiedere alle donne di smetterla di giudicare, denigrare, rivolgersi ad altre donne con epiteti orribili, quel “troia”, “puttana” che dovrebbero essere ormai considerati medioevali. Così non funzionerà mai. Se noi per prime non impareremo a rispettarci, ad essere coese, a sostenerci vicendevolmente, non potremo mai uscire da tutto questo e lasceremo spazio pericoloso ad omuncoli come Feltri, del quale non riporterò le parole scritte sulla ragazza stuprata da Genovese, in quanto credo che fare da cassa di risonanza ad un saccente egocentrismo maschilista tanto immorale sia come diffondere un veleno alle radici della nostra società evidentemente già troppo ammalata.

Rimembranze

Oggi, passeggiando nel bosco, la mia mente è tornata, non so come, ai miei diciott’anni ed è stato, per un po’, come camminare in mezzo ai ricordi. Mi sono rivista, con le mie sorelle, mentre ci facevamo a turno le mèches con le cuffie di plastica, l’uncinetto, quei tossici preparati all’ammoniaca, ridendo delle macchie ma comunque orgogliose del nostro biondo fai-da-te. Ho visto le forbici correre sulla stoffa, intorno al modello che mi aveva fatto mamma, a ritagliare gonne e pantaloni che poi avremmo cucito insieme, chiacchierando e facendomi pensare che, se soldi non ne avevo, certo vestiti come i miei non ne avrebbe indossati nessun’altra. E ho ricordato quel maglione: lo avevo fatto a maglia rasata, tre strisce orizzontali, quella più bassa bianca, l’intermedia grigia chiaro, l’ultima di un grigio scuro, tendente al nero e, su quelle basi, avevo poi ricamato un mondo di sogno. C’erano casette dai tetti innevati con luci calde che uscivano dalle finestre, abeti, una slitta e tanta neve che cadeva lenta e svogliata a ricoprire il tutto. Mi sono rivista a cucinare chili di pasta e teglie di wurstel con il formaggio perché la carne costava troppo. Ho rivissuto quel Natale in cui, non avendo la possibilità di farci regali, ognuno di noi aveva impacchettato piccolissime cose di tutti i giorni ed aveva scritto biglietti teneri, o buffi; riempimmo con queste cose un enorme cesto di vimini trascorrendo poi un intero pomeriggio ad aprire, leggere, commentare a turno, come se avessimo fra le mani i tesori più grandi che avessimo mai visto. Ho sorriso pensando a quanto oggi tutto questo potrebbe forse sembrare assurdo e faticoso consapevole e grata della forza e della ricchezza che invece mi ha regalato

Foto di congerdesign da Pixabay

Impressioni di novembre

Due passi per respirare, pensare, rincorrere il senso di qualcosa che, come direbbe Vasco, un senso non ce l’ha. Il lusso del venerdì mattina, il quotidiano in forma cartacea, con quel suo profumo antico che non muta mai. Il paese è deserto, le sue 827 anime sembrano nascoste tra le mura di questa mattinata novembrina dal tempo incerto, come il mio sentire. Nel silenzio le ambulanze, sulla statale e sull’autostrada che ora sembra così vicina. Troppe. Mi sembra di sentire soltanto quelle. Poi, di colpo, una voce di donna, squillante ma al contempo calda e, mi pare, piena d’amore: “Come siete bravi!” seguita da tante risatine infantili. Alzo gli occhi verso la finestra della scuola con un sorriso. Mi incammino verso casa con in mano il giornale e nel cuore il pensiero a cui davo il buongiorno e la buonanotte e che ora non è più.

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