La schisceta

Era nata il 19 marzo 1901 e per questo l’avevano chiamata Giuseppina, che, nel corso degli anni, era stato abbreviato in Pinina. In quel mattino freddo camminava con passo rapido al fianco della sorella Ada …s’era adree per andaa a bottega de bon’ora; aveva iniziato ad 11 anni, giovanissima apprendista, la faseva la piscinina in de la sartoria, ed ora, a 16 anni compiuti, faceva la sartina a Milano, la città che le aveva dato i natali, cucendo abiti su misura (…i vestii adess in faa su in serie e se te set grass o magher, grand o piscinin, giovin o vecc, te trovet semper el vestii che va ben anca par ti…).

Era di povere ed umili origini la Pinina: orfana di mamma, abitava con il papà, le sorelle ed il fratello in una tipica casa di ringhiera, a Porta Ticinese, sul Naviglio Grande. Aveva tanti sogni, come tutte le ragazzine di quell’età, e pochissimi soldi in tasca; osservava con curiosità le signore eleganti con quei bei cappelli ed i vestiti luccicanti…tutti sbarluscenti, che, lei e le sorelle orlavano fino a tardi la notte ed i giovani distinti, con panciotto, bastone e cappello, che negli anni 40, le une un po’ più truccate ed i secondi, sempre più viziati e snob sarebbero diventati i gagà e le gagarelle del Biffi Scala.

Vestiti belli e cappelli? Eren robb de sciori, minga de gent che faseva fadiga a tiraa innanz.

Non provava invidia per loro, solo curiosità: alla Pinina piaceva tanto quel giovane emaciato, sempre pensieroso, che quando la incontrava sorrideva appena sfiorando la falda del cappello con le dita. Era un poeta e, ai suoi occhi, un essere superiore: colto, aveva una parlata lenta ed una voce profonda, le iridi che parevano capaci di raccontare di mondi lontani mai davvero visitati eppure così reali. Quella mattina lei e Ada camminavano spedite: faceva freddo, in mano la schisceta, simbolo evidente delle persone poco abbienti, un contenitore metallico dove riponevano il pranzo cotto a casa. Forse quel termine veniva da schisc: “sta schisc” che stava a significare stai zitto, non alzare la cresta perché il cibo veniva ben compattato al suo interno. Il cibo era importante, ne avevano rispetto, e quel pranzo sarebbe stato il più abbondante della giornata dopo la classica colazione: “Toh, ciappa Pinina, ona bela fetta de pan, butter e zuccher; la costa poch e la te faa ben!”, le diceva la sorella maggiore.

Ma quel poeta la faceva sentire diversa e quando, nella nebbia, intravide in lontananza la sua figura avvicinarsi, fece un gesto inconsulto: gettò a terra la schisceta, sotto gli occhi attoniti della sorella e con un colpo del piede, infagottato nella vecchia scarpa, la spinse sotto la carrozza posteggiata li nei pressi. Un attimo. Il poeta passò, le sorrise appena e si fermò poco dopo a parlare con una ragazzina bionda e formosa …el faseva el bauscia cont ona sgarsolina che l’era bionda e con i tett che pareven ballaa la mazurca….

Delusione, dolore, amarezza; tuttavia, nonostante la Pinina non fosse colta e non avesse certo letto Dante, come per il Conte Ugolino”più che l’amor poté il digiuno” ed ella si chinò sotto la carrozza per recuperare la sua schisceta cosciente che non avrebbe potuto avere le attenzioni del giovane ma, almeno, non sarebbe rimasta con la pancia vuota.

Qualche anno dopo la Pinina conobbe il bell’Angiulin: non era ricco gh’aveva nanca on ghel, faceva il ferroviere alla Stazione Centrale ed andava a trovare la zia, sua visina de ringhiera. Il giovane cominciò ad andare a casa loro, leggeva a voce alta romanzi la sera, mentre lei e le sue sorelle cucivano e ricamavano, fino a tardi. Si sposarono.

Erano i miei nonni.

Bianchi Mosè: Tramonto sulla darsena a Porta Ticinese, anno 1895, Pinacoteca ambrosiana di Milano.

La fotografia

Adoro fotografare ma ho pochissime fotografie che mi ritraggono, non sono mai stata capace di mettermi in posa anche se non ne conosco il motivo; pertanto, in genere, le mie immagini sono “rubate” e fissano reali momenti di me. In primavera mi scattarono una fotografia nella quale non mi riconosco. Non so dire se sia per la luce del sole o a causa dell’aria, che sul traghetto avrebbero potuto contribuire ad un “effetto Gruber” o se il fotografo abbia utilizzato uno di quegli orribili filtri “bellezza” nel qual caso mi domando che senso abbia avuto, tanto più che l’artefice dello scatto avrebbe dovuto conoscermi molto bene esternamente, e, soprattutto, internamente. Ma il condizionale è d’obbligo.
Non mi riconosco in quella fotografia, sembro una quarantenne un po’ virtuale, direi, peccato che io sia una cinquantatreenne molto reale; il viso è perfetto, sembra fatto di cera, forse anche un po’ di gomma, non so. Io ho delle rughette intorno alla bocca, regalo dell’età e, ne sono certa, anche dei tanti anni in cui ho fumato come una ciminiera, altre sono sparpagliate sulle gote; gli zigomi, per non parlare del collo, non sono certo quelli di dieci anni fa. Gli occhi sono ancora abbastanza ben messi, ma le palpebre non appaiono affatto come se mi fossi fatta una blefaroplastica l’altro ieri. La cosa più strana, in quell’immagine, è che, sul mio viso, mancano le luci e le ombre, le imperfezioni; manca la realtà. La tizia che ora mi guarda dallo specchio non è affatto così perfetta e questa sera ha anche due belle occhiaie azzurrine sotto gli occhi ma mi è molto, molto più simpatica.

Passione travolgente

Erano entrambi originari del Piemonte.

Lei era semplice, di carnagione chiara e vellutata, simile a tante altre; forse di per sé non aveva nulla di davvero speciale ma mostrava un carattere fermo, deciso, riconoscibile.

Lui era decisamente più particolare. Originario di Alba era piuttosto famoso nel suo ambiente, ricercato, non simpatico, dal carattere forte, uno di quei tipi che, quando l’hai incontrato una volta non lo dimentichi con tanta facilità, nel bene o nel male.

Quando la vide, quella sera, lei era distesa mollemente in quella culla calda, la sua bianchezza accarezzata da una piccola candela; tra loro una specie di magico spazio, che egli sentì impellente desiderio coprire per raggiungerla. Rimase rapito, sin dal primo istante, assaporando il calore di lei che presagiva la conquista.

Fu come se delle mani esperte lo ponessero sopra di lei, con delicatezza, mentre sentiva nascere, in uno slancio d’euforia, il desiderio impellente di comunicare con la sua essenza. Entrare in contatto con lei e bramare di possederla furono uno la conseguenza dell’altro e nulla fu più possibile fare per impedire quella travolgente passione.

Lei sembrava semplice ed inerme, ma esibiva, in realtà, un’insuperabile sapienza erotica avvolgendolo lentamente e legandolo a sé, in un impercettibile movimento. Non erano più due, ma uno solo, e lei, che dapprima appariva la più debole, lo cingeva in ogni parte, eccitandone ogni brandello, esaltandone ogni senso con il suo calore.

Le caratteristiche normali di lei si esaltarono all’ennesima potenza nel suo abbraccio, e divenne forte, potente, sensuale, irresistibile; le caratteristiche fastidiose di lui svanirono, si affievolirono, si addolcirono, fondendosi nel bruciante amplesso.

E fu così che, dalla combinazione di due diversità, nacque una perfetta alchimia.

Fonduta (di Tome del Piemonte) con tartufo bianco

Ingredienti – Per 6 persone (la ricetta standard sarà anche per sei persone ma io penso proprio che il numero perfetto potrebbe essere due)

600 g di Tome del Piemonte stagionate
6 tuorli d’uovo
latte
1 noce di burro

Tagliate le tome in piccolissimi pezzi, mettetele in una ciotola stretta e alta e ricoprite con del latte, lasciando macerare per circa 12 ore. Togliete una parte del latte, ponete il formaggio in un contenitore di vetro o ceramica, e scioglietelo lentamente a bagnomaria. Una volta che il formaggio sarà ben sciolto, aggiungete i tuorli ed il burro, continuando a mescolare in modo piuttosto energico con un cucchiaio di legno in modo tale che i tuorli si amalgamino senza rassodarsi. Prima di servire ponete la fonduta nell’apposito contenitore, riscaldato dalla candela, ed arricchite con un’abbondante grattugiata di tartufo bianco.

Ali

Caro amico,

dopo il nostro logorroico dissertare di Cast Away, come spesso accade, ho continuato a pensare a quella discussione che aveva fatto rinascere in me antichi ricordi; non considerai mai quel film un capolavoro ma ebbi modo di rivederlo proprio nei giorni successivi a quello che, ritengo, sia stato il mio primo vero naufragio e fu stimolo importante per me, come spesso accade in vari periodi della vita con qualche cosa in cui mi imbatto e che mi esorta a nuovi pensieri e riflessioni. Proverò a raccontarti le sensazioni che provai, il percorso che feci; la comunicazione tramite le parole scritte, mi aiuta a riprendere il mio cammino mantenendo il buono conquistato, ed è quasi certamente per me un mezzo per ri-conoscermi e ri-trovarmi.

Rammento che seguii quel film, quasi riflettendomi in uno specchio, rinvenendo nella sua storia, nella musica e nella splendida fotografia una parte di me e, con essa, sollievo per la mia anima. Non so se sia più o meno usuale avvalersi di film o libri per ritrovare parti di sé; forse sono solo percorsi canonici che ciascuno di noi, in un momento o nell’altro della propria vita, si trova a fare, seguendo vie differenti ma comunque sempre al solo scopo di perseguire la propria “guarigione”.

Come accadde per Chuck il mio non fu un dolce ammaraggio ma un vero e proprio schianto, un’improvvisa e devastante crisi esistenziale che, nello stupore generato da ogni evento inatteso, tutto stravolge generando paure, insicurezze, amplificando la percezione delle fragilità, un senso improvviso di mancanza di fiato, il non sentirsi la terra sotto i piedi, la sensazione di aver perso tutto e di dover ricominciare da capo, da soli, senza mezzi e con scarse possibilità. No, non mi trovavo su di un’isola deserta, ma sentivo la necessità di isolarmi dal mondo frenetico che mi circondava, di crearmi la mia capanna, procacciarmi il cibo, che nella vita precedente non era mia priorità cercare; la voglia di vivere nonostante tutto, aggrappandomi alla mia famiglia, unica terra ferma incontrata, ed iniziando un periodo di distacco, introspezione, catarsi, forse purificazione.

Avevo con me una fotografia, non era quella di un uomo al quale volessi o potessi tornare, solo un viso che, dentro di me, non ero ancora pronta a lasciare andare insieme a tutto quello che aveva rappresentato. No, non fu quella lo stimolo per reagire; forse, l’immagine che seguii fu quella della persona che, nonostante tutto, volevo cercare di essere, una donna più libera e consapevole, non legata a schemi prefissati, a logiche di altri, ad un mondo al quale sentivo di non appartenere. Credo che se non avessi avuto alle spalle la mia famiglia ed i miei pochi ma fondamentali amici il mio Wilson avrebbe dovuto essere uno psicoterapeuta ma fui fortunata ed usai a quello scopo la scrittura, il parlare con la “vecchia me” con la quale mi scontravo e dalla quale traevo le mie risorse, buttando sulla carta tutto quello che avevo dentro di affascinante, di mostruoso, di inspiegabile, di angustiante, di fiducioso.

La priorità fu imparare a procacciarmi il cibo: lo sapevo fare, prima, nell’altro mondo, ma in questo era tutto diverso. Ricostruii un’attività parzialmente trascurata, recuperai contatti che pensavo perduti, ricominciai a studiare e a crearmi nuove occasioni ed opportunità.

Poi venne il momento della capanna, ci vuole un posto dove rifugiarsi dal mondo, un luogo tranquillo dove rinchiudersi: questa microscopica casa divenne il mio anelato rifugio.

E poi venne il ritorno del dolore: dopo due anni dallo schianto, quando la mia vita quotidiana apparentemente sembrava cominciare ad avere nuovamente un senso e mi sentivo più forte, arrivò…malvagio e bastardo, ancora peggiore perché inatteso. Una notizia che mi fece ripiombare nel buio e nella disperazione. E seppi cosa fare: non avevo un pattino con cui togliermi un dente che avrebbe potuto portarmi alla morte ma avevo la capacità di recidere in modo drastico quei rapporti che mi stavano facendo ritornare a fondo. Li estirpai. Bruciai la foto. Decisi che quel dolore doveva morire perché io volevo vivere. E quando mi ripresi, perché abbandonare il passato, anche se arreca sofferenza, è comunque un percorso che toglie forze ed energie, decisi che si, era arrivato il momento di riprovare, di far ritorno al mondo che avevo lasciato; io molto diversa, più vecchia fuori ma più giovane e forte dentro, con occhi nuovi e con nuove speranze.

Avevo timore di rimettermi “in mare” ma il destino aveva portato anche a me delle ali su un pezzo di lamiera…poco importa che fossero nere su di un serbatoio giallo, erano proprio ali…e con quelle, lo sapevo, ci potevo provare. Lo so è solo un simbolo: ero una pessima motociclista, ma quella moto fu la mia vela. E rimettendomi in viaggio mi accorsi che il mio Wilson, la me di prima che si sentiva in dovere di vivere in funzione di un altro prima che di se stessa, non c’era più; un distacco doloroso ma fondamentale, perché ormai io ero molto diversa da lei, con sogni novelli, una nuova visione della vita, una diversa consapevolezza, quasi fossi davvero rinata a me stessa. Mi sembrava di aver scoperto la differenza tra “vivere” e “sopravvivere”. Riuscivo a respirare, finalmente, stupendomene tanto a lungo ero rimasta in apnea, e con i respiri giunsero i sorrisi.

Abbandonate le sovrastrutture che non mi appartenevano, sulla mia zattera c’erano ora finalmente solo le cose che mi servivano davvero: gli affetti, la voglia di amare, i libri, la voglia di imparare, la musica, la voglia di sentire, i pastelli colorati, la voglia di gioire, carta e penna, la voglia di scrivere e di comunicare. Erano quelle le cose importanti per me, quelle che volevo portare nella mia nuova vita.

Su quella zattera ho provato brevi ma intensi attimi di gioia, finalmente libera.

Approdai nuovamente ad una terra che mi sembrava ricca e verde, per un attimo credetti di essere a casa ma sbagliavo; ancora smarrimento, un rinnovato dolore. Ma ora io ho la zattera, con le sue belle ali, sulla quale ho caricato una diversa consapevolezza ed un immenso amore per la vita: ho ripreso il mare perché tanto “domani il sole sorgerà ancora, e chissà cosa può portare la marea…

Il Natale quando arriva arriva

Il Natale quando arriva arriva, si sa, ma io non sono pronta per questo Natale. Sarebbe potuto arrivare a marzo, quando credevo di essere in cima ad una ripidissima salita e pensavo, felice, di cominciare la discesa, senza sapere ancora che sarebbe stata un lancio senza paracadute. Sarebbe potuto arrivare a giugno quando ero protetta dalla rabbia e c’erano il sole, il lago, le montagne ad addobbare le mie giornate. Sarebbe potuto non arrivare proprio, che ne so, saltare un anno, ad esempio, così, tanto per dire. E invece no, pare ormai certo, sta arrivando davvero e io non sono pronta per questo Natale. Non sono pronta perché anche se so di essere al posto giusto non ho voglia di vestire la mia casa a festa, è trascorso troppo poco da quando ho vestito l’altra casa, quella in cui ho perso un pezzo di questo stupido cuore che, con il passare degli anni, diventa sempre più simile ad una palla di vetro invece di diventare un bel cuore d’oro: lucido, freddo e, soprattutto duro. E’ in quella casa che ho lasciato le cose che mi servirebbero per sentirmi pronta: la tovaglia rossa, il tavolino di papà, sogni, il mattarello, promesse, profumo di cannella, il piccolo ficus che non riusciva a crescere mai, lacrime, i quadri di mamma, sorrisi, il frullino a immersione, i barattolini di spezie, attenzioni, la bambina di Banksy sulla parete del soggiorno, parole, le stampe di Crepax con quelle Valentine così sensuali proprio all’ingresso, il comodino della nonna, il cucchiaio di legno, quello speciale, il gelsomino, progetti, libri, il lampadario a forma di lampadina gigante, amore. Il Natale quando arriva arriva, si sa, ma io non sono pronta per questo Natale.

Banksy – Girl with balloon

La nevicata del secolo

Te li ricordi quei giorni e quelle notti tra il 14 ed il 17 gennaio 1985? La neve scendeva senza sosta, copiosa, in una danza svogliata e languida, coprendo tutto, come fosse un manto fatato.

La chiamarono “la nevicata del secolo” e rammento bene quando, nei giorni a seguire, da quel piccolo schermo TV in bianco e nero sul mobile in cucina, contemplavamo stupiti il susseguirsi di fotogrammi che ritraevano una Milano aliena, ove il grigiore dello smog invernale e del cemento era stato all’improvviso soppiantato dal bianco della terra e da un grigio diverso, tendente al ceruleo, quello del cielo. Una città liberata dal traffico, senza macchine, senza frastuoni, ma solo rumori attutiti, con visi ridenti di bimbi in slittino ed incerti “ragazzi” di ogni età dediti a stravaganti sciate, sulla collinetta di San Siro. Addirittura, mi sembra di ricordare, ci vollero i carri armati della caserma in piazzale Perucchetti per liberare le strade (che bello vedere i carri armati che fungono da spazzaneve e non da strumenti di morte, non credi? Metallo freddo che diventa salvatore sul bianco invadente e non assassino sul rosso innocente…).

Io frequentavo la quinta liceo allora, ma, ovviamente, era impensabile raggiungere la scuola; la vecchia e fedele Opel Kadett rossa se ne stava li, muta, sotto la bianca coperta, come caduta in letargo. La pala del nonno, ricordi, quella pesante, con il manico in legno un po’ scheggiato, non bastava più alle nostre forze per pulire il sentiero e crearci un varco fino al cancello e neppure le mani bastavano più, poiché, nonostante i guanti, si riempivano comunque di calli. Ci sembrava di camminare in un labirinto disegnato da Gaudì, dalle linee morbide, arrotondate, seducenti e scintillanti. Il giardino era silenzioso, solo ogni tanto un po’ di neve cadeva dai pini con quel rumore smorzato, ed il cane scodinzolava felice procedendo a piccoli balzi nella neve ed affondando ovunque, sentendosi, forse, finalmente, degno discendente di Zanna Bianca.

E noi? Noi vivevamo in quei giorni momenti davvero difficili; papà aveva finalmente trovato lavoro, purtroppo lontano, i soldi non bastavano mai, la casa, così grande, non potevamo più riscaldarla. Non ridere sai…(viene da ridere anche a me)…te lo ricordi? In quei giorni nel grande soggiorno, con tutte quelle finestre, che tanto erano state apprezzate nei momenti in cui le cose andavano in modo diverso, il piccolo termostato segnava 0 °C, impossibile resistere, a meno di non essere alla ricerca di una tecnica di ibernazione finalizzata al mantenimento imperituro della giovinezza!

La mamma aveva uno strano scialle rosa, che la nonna aveva fatto all’uncinetto e le aveva regalato qualche anno prima; girava per casa, coprendosi con quello il capo fino ad avvolgere le spalle, spostandosi dalla cucina alle camere da letto, le uniche stanze che potevamo permetterci in lusso di mantenere ad una temperatura vitale, anche se, comunque, si andava a dormire con i calzettoni e con il cappello di lana e la mattina, al risveglio, occorreva fare una scorta di coraggio per riuscire ad alzarsi dal letto e sentire quella gelida aria pungere, con i suoi piccoli spilli malefici, il naso, le gote e le orecchie.

La mamma, però, la vedevi aggirarsi per casa a svolgere le faccende, con lo scialle a coprire la testa e le spalle, giovane, con quel bel viso, per nulla sminuito nella sua avvenenza dall’inusuale copricapo, gli occhi grigi di una luce infinita, senza mai perdere la serenità, senza mai mostrare ansia, senza mai insinuare, in noi, il dubbio che non ne saremmo usciti. Come l’ho amata in quei giorni difficili! Come l’ho amata in quei giorni in cui stringeva al cuore i suoi figli, in una casa in mezzo al deserto di neve, con il suo uomo malinconicamente lontano, inventandosi in cantina piccoli lavori di cucito, per arrotondare, e sacrificando tutto di lei, tranne i sorrisi.

E noi? Cosa impossibile a pensarsi solo qualche anno prima, non litigavamo quasi più. Erano sparite le incomprensioni infantili per il possesso di oggetti e vestiti, eravamo cresciuti in fretta, svegliati dalla vita che ci aveva scaraventato da un mondo ovattato di fiaba ad una realtà ben più cruda; si era finalmente creato un sodalizio, quel legame che perdura da allora, ci guardavamo ed intuivamo se fosse il caso di parlare, ci guardavamo ed avvertivamo chi di noi avesse bisogno dell’altro, ci guardavamo e capivamo che i nostri genitori erano già abbastanza umiliati, per l’esito ostile di tanti anni di sacrifici e lavoro, da non aver più bisogno di bimbi viziati e spauriti attorno, ma di uomini e donne capaci di rendersi indipendenti, di sostenerli e di mostrare l’orgoglio per tutto quello che avevano fatto per loro.

Te li ricordi quei giorni? Non avevamo soldi, le rinunce erano tante, ma te lo giuro, li ho vissuti così intensi e belli quei giorni, tanto da sentirli ancora vivi sulla mia pelle: la neve, il freddo, l’amore e il calore…un tutt’uno? Te lo ricordi?

La statua

Voi penserete forse che siamo solo una statua. Non abbiamo il dono della parola, non ci possiamo muovere, siamo fatti di marmo. Io lo riconosco però, dietro di me, la sua mano a cingermi il fianco, percepisco il suo desiderio, la tensione dei muscoli nel vano tentativo di raggiungermi. Vicini ed irraggiungibili. Avverto la luce del sole che attraversa la trasparenza delle foglie sui rami in cui si stanno tramutando le mie dita e so che il mio seno ha una morbidezza sensuale che contrasta con lo stupore impaurito del mio volto in cui si cela, tuttavia, un velo di sollievo. Sento i capelli che ruotano nel vento con una sofficità lieve ed il mio corpo che cerca di girarsi, nonostante rimanga avviluppato al terreno, i piedi in parte trasformati in radici e la corteccia ad avvolgermi fondendosi con la mia carne.
Lui ci ha liberati in ogni senso, non ci ha solo tolto da quel blocco di marmo in cui eravamo imprigionati ma ci ha fatto un dono ancora più grande ed ora ci basta specchiarci negli occhi di chi ci guarda per sapere che siamo pura emozione.

Apollo e Dafne – Gianlorenzo Bernini

Insieme a te non ci sto più

Ci sono parole che possono uccidere, le ascoltai quel giorno e mi entrarono nella carne come coltelli; le scegliesti bene, sei sempre stato bravo in questo, e le dicesti nel modo peggiore. Riuscisti a ferirmi, anche questo lo sai, ma quello che forse non hai percepito è che certe ferite possono essere persino desiderabili se ti consentono di tornare a respirare. Che dirti, non solo non sono morta ma mi sento viva come non capitava da troppo ormai. Penso che perdonerò, un giorno, ma non dimenticherò. Non sei il sole e certo io non ero il tuo satellite. Non tornerò, nel mio bagaglio misi tutto ciò che mi potrà servire.

Solo un panino

Foto di gate74 da Pixabay

Scese dal treno, come al solito ancora assonnata, e si sentì trascinare da quella folla di volti senza espressione, di bocche senza voce, di occhi senza luce. Si domandò a cosa potesse pensare tutta quella gente, a quell’ora del mattino di una giornata di metà dicembre, tra il freddo ed una nebbia capace di riempire le narici di un odore acido e greve. Milano, stazione Garibaldi. Luminarie. Addobbi. Sembianze di festa. Poca gioia sui volti attorno a lei.
Come sempre lo scorse in prossimità del binario, in quel grigio cappotto usurato troppo abbondante, la lunga barba bianca, un vago bagliore negli occhi. Non chiedeva mai nulla, semplicemente stava lì, un sacchetto ai piedi, dondolandosi da una gamba all’altra, un bicchiere di carta in mano, talvolta canticchiando o parlando tra sé e sé o con qualche ombra amica che forse solo lui era in grado di vedere. Ogni mattina lo incrociava, il più delle volte correndo, per raggiungere l’università in tempo; spesso gli passava di fianco, senza neppure vederlo, ogni tanto lasciava scivolare in modo distratto una moneta in quel bicchiere silenzioso, ricevendo sempre in risposta a quel debole tintinnio un grazie caldo e sommesso.
Quel giorno stava per infilare la mano in tasca a cercare il resto del pacchetto di sigarette che non avrebbe dovuto comprare e, con stupore, sentì distintamente una voce, la stessa calda e sommessa di sempre, ma più flebile. “Ho fame”. La sua mente fu attraversata da mille pensieri. “E che te ne fai del resto di un pacchetto di sigarette? E io che sto a dieta…e se poi i soldi li usi per bere…quanti anni avrai…sarai matto…” e tutti questi pensieri si trasformarono, suo malgrado, in parole che non intendeva dire ma che le fuggirono indisciplinate dalle labbra prima ancora che il cervello potesse rielaborarle. “Vuoi venire al bar con me? Mangiamo qualche cosa insieme”.
Una luce, uno sguardo, un sorriso, il solito grazie caldo e sommesso. Gli occhi inespressivi dei passanti divennero attenti, curiosi e latori di mille diverse emozioni vedendoli seduti insieme al tavolino sotto le luci dorate. “Che prendi?”. “Un panino con la mortadella, per favore”. “E basta?”. “Si, grazie. Mi basta”. “E da bere, che vuoi?”. “Un succo di frutta, mi piacerebbe. Lo posso avere?”. Un sorriso nel cuore. Un succo di frutta! “Ma, certo, tutto quello che vuoi!”.
Fecero insieme quella strana colazione, scambiando poche parole e tantissimi sguardi. “La gente pensa che sia matto, perché parlo da solo. Ma io so ascoltare. E so amare. Grazie per non aver avuto paura di me”.


“Grazie a te, davvero hai illuminato la mia giornata”, pensò, ma fu solo capace di dire:

“Devo andare, ora. Ci vediamo presto”.

“Certo, grazie ancora. Come ti chiami?”.

“Lavinia, e tu?”.

“Natale”.

Binari

Lei cammina su di un binario sul quale si alternano sassi e fiori. Osserva un secondo binario, apparentemente poco distante perché, per brevi tratti, è riuscita a sfiorarlo mentre, il più delle volte, le è sembrato lontano ed irraggiungibile. L’effetto ottico è, talvolta, quello di un percorso parallelo al suo, disgiunto ma non poi così dissimile mentre, più spesso, quella linea pare allontanarsi in una curvatura infinitamente lontana, pur se sempre visibile. Non ha scelto il percorso, si è trovata li per caso e, sempre per caso, ha incrociato per la prima volta quello strano binario e l’uomo che su di esso cammina. Lo conosce, senza conoscerlo. Lo sente. Percepisce che quella figura, fisicamente distante, non è mai completamente lontana, come se una forza particolare ed ignota li attraesse senza facilitarne l’incontro o, addirittura, tenendoli discosti. Riconoscerebbe ovunque quella camminata, lo sguardo, le labbra sempre un po’ imbronciate. Ogni volta che la sua strada si avvicina un po’ ella arrossisce nel camminare, un calore profondo a scenderle dalla testa al pube per poi raggiungere le gambe rendendole incerte. Un gioco dolce ed amaro; vicini e lontani. Desiderio di baci che arrivano in fretta, di lingue a cercare, di mani ad esplorare, di dita a scoprire. Smania di qualcosa di nuovo che riporta tuttavia a pensieri lontani, capricci di dolcezza, respiro di piacere, odori e sapori, pelli increspate a saziare l’istinto.
Nessuna parola tra i due, non servirebbe ad anticipare il piacere perché esso arriverà comunque, forte e prepotente ed entrambi ne vivono il pensiero, ognuno sul proprio binario, come se il tempo non fosse importante.

…Ho voglia di te. Sono morbida dentro.

…Lo so, lo sento.

L’attesa ha tempi incerti, un odore umido e profondo.

…Voglio sentire il tuo sapore.

…Lo so, lo sento.

Solo pensieri.

…Cercami dove qualcuno si è fermato alla soglia senza mai davvero riuscire a raggiungermi.

Lo sguardo di lui a cingerla e spogliarla per liberarla di quello che è pronta ad offrire. Continuano a camminare, ognuno sul suo binario, avvolto nelle proprie fantasie.