Non so in base a quali criteri voi scegliate i libri, il mio varia moltissimo in quanto sono piuttosto “onnivora” per cui posso farmi condizionare dall’umore del momento, seguire consigli o suggerimenti altrui, farmi cogliere da una caduca infatuazione per un certo autore o persistere nella devozione assoluta per altri. Cosa mi abbia spinto a leggere la Stazione so invece dirlo benissimo: solo l’immagine di copertina e la certezza che si trattasse proprio della mia stazione. Mia, naturalmente, non nel senso letterale del termine ma affettivo, perché quell’immagine rappresenta per me il luogo in cui mio nonno ha lavorato tutta la vita come ferroviere, a fianco della quale ho vissuto per qualche anno e dalla quale sono transitata come pendolare per almeno un decennio. Banale? Forse. Ma, e mi rendo conto di non fare un grande complimento al mio cervello scrivendolo, le migliori scelte della mia vita sono state quelle che mi ha consigliato la pancia ragione per la quale, tendenzialmente, mi fido di lei.
È così che mi sono trovata immersa e travolta in questa storia, senza via di fuga, insultando a tratti il povero autore che mi teneva avvinta al testo mentre le ore residue di sonno diminuivano inesorabilmente.
Raramente racconto la trama nelle mie recensioni, tanto si può leggere ovunque, mentre il loro scopo è quello di condividere le sensazioni e, se il cielo vuole che sia incappata nel libro giusto, le emozioni nonché di ricordarmele negli anni a venire.
La mia sensazione all’inizio della lettura è stata la seguente: “questo autore mette troppa carne al fuoco, affronta troppe tematiche, si cimenta in intrecci pericolosi, non potrà reggere e rimanere credibile” (petulante e saccente, è così che mi definisco quando faccio così).
Ho sbagliato (e generalmente questa parola la dico un po’ come il buon vecchio Fonzie, con gran fatica), anzi, ho sbagliato alla grande: a mio parere De Michelis ce la fa benissimo e crea un libro che è qualcosa di nuovo, contemporaneamente thriller, noir, avventura, fantasy metropolitano risultando, ciò nonostante, sempre coerente e credibile. Innumerevoli e sorprendenti colpi di scena, e mai la sensazione di leggere un passaggio superfluo. Personaggi realistici, non banali. Un libro scritto magistralmente, senza fronzoli: un imponente puzzle di parole dove ogni tassello trova alla fine il suo posto. Ed è così che l’inverosimile appare alla fine plausibile.
Quindi, che altro dire: non soffermiamoci alla superficie, guardiamo oltre perché ci sono le luci, le ombre, e l’invisibile ma ciò che appare luce può essere ombra e viceversa. Non sempre ciò che vediamo è davvero tutto quello che c’è da vedere.































