LA STAZIONE di Jacopo De Michelis

Non so in base a quali criteri voi scegliate i libri, il mio varia moltissimo in quanto sono piuttosto “onnivora” per cui posso farmi condizionare dall’umore del momento, seguire consigli o suggerimenti altrui, farmi cogliere da una caduca infatuazione  per un certo autore o persistere nella devozione assoluta per altri. Cosa mi abbia spinto a leggere la Stazione so invece dirlo benissimo: solo l’immagine di copertina e la certezza che si trattasse proprio della mia stazione. Mia, naturalmente, non nel senso letterale del termine ma affettivo, perché quell’immagine rappresenta per me il luogo in cui mio nonno ha lavorato tutta la vita come ferroviere, a fianco della quale ho vissuto per qualche anno e dalla quale sono transitata come pendolare per almeno un decennio. Banale? Forse. Ma, e mi rendo conto di non fare un grande complimento al mio cervello scrivendolo, le migliori scelte della mia vita sono state quelle che mi ha consigliato la pancia ragione per la quale, tendenzialmente, mi fido di lei.

È così che mi sono trovata immersa e travolta in questa storia, senza via di fuga, insultando a tratti il povero autore che mi teneva avvinta al testo mentre le ore residue di sonno diminuivano inesorabilmente.

Raramente racconto la trama nelle mie recensioni, tanto si può leggere ovunque, mentre il loro scopo è quello di condividere le sensazioni e, se il cielo vuole che sia incappata nel libro giusto, le emozioni nonché di ricordarmele negli anni a venire.

La mia sensazione all’inizio della lettura è stata la seguente: “questo autore mette troppa carne al fuoco, affronta troppe tematiche, si cimenta in intrecci pericolosi, non potrà reggere e rimanere credibile” (petulante e saccente, è così che mi definisco quando faccio così).

Ho sbagliato (e generalmente questa parola la dico un po’ come il buon vecchio Fonzie, con gran fatica), anzi, ho sbagliato alla grande: a mio parere De Michelis ce la fa benissimo e crea un libro che è qualcosa di nuovo, contemporaneamente thriller, noir, avventura, fantasy metropolitano risultando, ciò nonostante, sempre coerente e credibile.  Innumerevoli e sorprendenti colpi di scena, e mai la sensazione di leggere un passaggio superfluo. Personaggi realistici, non banali. Un libro scritto magistralmente, senza fronzoli: un imponente puzzle di parole dove ogni tassello trova alla fine il suo posto. Ed è così che l’inverosimile appare alla fine plausibile.

Quindi, che altro dire: non soffermiamoci alla superficie, guardiamo oltre perché ci sono le luci, le ombre, e l’invisibile ma ciò che appare luce può essere ombra e viceversa. Non sempre ciò che vediamo è davvero tutto quello che c’è da vedere.

LA TRADUZIONE di Silvano Ceccherini

“Non abbiamo mai avuto molta fiducia nella letteratura dei non letterati, ma una volta tanto abbiamo avuto torto, torto marcio” (Giorgio Bassani commentando “La Traduzione”).

Ritrovarmi tra le mani questo libro è stato un po’ come scoprire un piccolo gioiello dimenticato in mezzo a molta paccottiglia in una bancarella d’antiquariato. Non avevo mai sentito parlare di Silvano Ceccherini: mi sono imbattuta per la prima volta nel suo nome sfogliando il sito di Amazon e, incuriosita dalla sinossi de “La traduzione”, ho cercato altre informazioni scovando solo qualche sommaria indicazione biografica su Wikipedia e poche recensioni, sufficienti, tuttavia, ad avvicinarmi alla lettura del suo romanzo riedito da Eliot nel 2013 a cinquant’anni dalla prima edizione. Iniziato il libro mi sono immersa nel testo e mi è subito sorta spontanea una domanda ossia come fosse possibile che di Ceccherini io non avessi mai trovato traccia o riferimenti a scuola, nelle librerie, sul web; più leggevo e più mi appariva impossibile che un simile autore fosse stato dimenticato nell’arco di così pochi anni nonostante il valore letterario del suo romanzo risultasse inconfutabile persino ad una lettrice inesperta come me. Silvano Ceccherini, livornese nato nel 1915, fu anarchico, rapinatore e bandito e, per quanto sono riuscita a capire, nella sua biografia non ci sono punti fermi fatta eccezione per gli scritti e le pene elencate nel casellario giudiziario. Trascorsi alcuni anni nella legione straniera egli prestò servizio per la Regia Marina, ove fu condannato a cinque anni per aver picchiato un ufficiale; fuggito, fu catturato e condannato a 18 anni che scontò in numerose carceri italiane. Il testo, dal titolo a mio parere già di per sé geniale, narra in prima persona il trasferimento (la traduzione, appunto) di Olgi Valnisi, detenuto malato di cuore, dal carcere di Civitavecchia a quello di Saluzzo. Nonostante siano evidenti le tragiche esperienze autobiografiche dell’autore il libro non è un diario, non una confessione, non un memoriale ma un romanzo nella più classica accezione del termine. Il protagonista rispecchia l’ambizione letteraria dell’autore che si evince dal linguaggio utilizzato, estremante raffinato e ricercato. Attraverso le parole, molte delle quali desuete ed inusuali nello scrivere comune tanto che, confesso la mia ignoranza, ho dovuto far spesso ricorso all’uso del vocabolario, si coglie lo studio condotto usando come testi di riferimento i grandi classici della letteratura e della poesia ed i contemporanei di Ceccherini; ciò nonostante, il tessuto stilistico che prende vita appare assolutamente personale con una consistenza reale e cruda nella sua ricercatezza. Nasce così un romanzo povero di avvenimenti, completamente incentrato su un viaggio che non è solo fisico, all’interno di vagoni cellulari roventi sotto la calura estiva, carceri di sosta e furgoni blindati, ma anche un percorso mentale ed introspettivo del protagonista che “ha vinto il terrore della morte ma non l’amore per la vita”. Quello che interessa a Olgi è mantenersi uomo tra uomini che hanno dimenticato di esserlo, respirando la vita tramite libri, parole e ricordi, osservando gli scorci del mondo che ancora gli sono concessi attraverso occhi speciali, siano essi piccole fessure nelle feritoie delle carrozze ferroviarie oppure un rozzo cannocchiale artigianale da utilizzare clandestinamente dalle finestre del carcere, terminando il proprio romanzo scritto e sofferto, tra piccoli quaderni dalla copertina nera e fogli di carta igienica, nelle notti insonni che non sembrano mai finire. Paesaggi, persone, memorie e racconti seguono il viaggio nel quale non si colgono accuse nei confronti dell’uomo: le guardie non sono particolarmente odiose e malvagie, solo persone che svolgono il proprio lavoro, i compagni di viaggio, con cui egli interagisce a diversi livelli, sono esseri umani per ognuno dei quali la riflessione corretta da fare non è “chissà cosa ha fatto” bensì “chissà chi è”. Olgi non recrimina, non desidera fuggire, non prova rabbia se non nei confronti del desiderio impossibile di una donna che persiste nel coglierlo prepotentemente; in perpetua oscillazione tra la voglia di morire e quella vita che continua a pulsare, sfida perenne alla razionalità, giungerà al termine del viaggio ed alla propria verità regalandoci un libro davvero bellissimo.

La canzone dell’amore perduto

Ricordi sbocciavan le viole

con le nostre parole

“Non ci lasceremo mai, mai e poi mai”,

vorrei dirti ora le stesse cose

ma come fan presto, amore, ad appassire le rose

così per noi…

Noi per ora pare pensiamo alle primule, l’ennesimo megalomane ed inutile delirio all’Italiana…personalmente spero appassiscano prima di fiorire ché vedo come in altri paesi i vaccini si facciano ovunque, e comunque sarebbe buona cosa averli intanto, questi vaccini.

Per ora, come le primule, quelle semplici che nascevano spontanee nei prati una volta e non quelle in offerta al supermercato, diventiamo tutti belli gialli, che almeno distraiamo un po’ la gente dal caos imperante della nostra politica (volutamente con la p minuscola dato che il pedice qui non riesco a farlo) e la mandiamo serena a fare shopping con soldi che probabilmente non ha ma dando un premio se li spende con la carta di credito. Che figata!

E sarà la prima che incontri per strada

che tu coprirai d’oro per un bacio mai dato,

per un amore nuovo…

Resto in attesa vedere i prossimi baci, tra chi saranno.

Fiore di roccia di Ilaria Tuti

Non avevo mai letto nulla di Ilaria Tuti e devo dire che “Fiore di roccia” mi è piaciuto moltissimo per due motivi: la sostanza e la forma. In primo luogo, questo romanzo mi ha permesso di conoscere una storia a me non nota, ossia quelle delle Portatrici carniche, donne che tra l’agosto del 1915 e l’ottobre del 1917, sfidando fatiche immani e pericoli continui, accolsero la richiesta rivolta alla popolazione dal Comando Logistico di Zona sacrificando sé stesse, gli affetti e, in alcuni casi, la vita trasportando ogni giorno le proprie gerle riempite di viveri, farmaci e munizioni sulla prima linea del fronte. Donne giovanissime, ancora ragazzine e donne quasi anziane, tutte insieme, per i loro uomini e per la Patria, valicando le montagne, di cui erano ataviche frequentatrici e conoscitrici, superando dislivelli di oltre mille metri in un percorso di circa quattro ore e con pesi sulle spalle varianti dai 30 ai 40 chilogrammi; arrivate in cima, dopo pochi minuti di riposo, riprendevano la via del ritorno, verso i bambini, gli anziani e gli animali da accudire, spesso trasportando soldati feriti o cadaveri a valle. Donne solide, impavide, uniche protettrici del loro territorio, forti e valorose tanto da essere presto riconosciute come tali dagli stessi soldati e dal Comando venendo a costituire, a tutti gli effetti, un vero e proprio Corpo di ausiliarie. Donne che, per due anni, sostituirono i muli nel trasporto dei beni necessari al fronte in un territorio impervio, per buona parte dell’anno innevato, vedendo nel loro atto una missione e in ogni soldato un fratello, un marito, un padre, un figlio.
E qui arrivo al secondo motivo per cui ho apprezzato questo libro ossia la scrittura: dura, potente, precisa, accurata. Non ci sono parole fuori posto, nessuna ridondanza, le parole ricercate ma perfette, a mio parere, per l’ambientazione ed il tipo di racconto, i periodi brevi ed estremamente curati, mi hanno lasciato un’immagine fotografica e, talvolta, l’impressione di essere lì, con queste donne, ad arrampicarmi tra le rocce con le gonne appesantite dall’acqua e dal gelo, le spalle tagliate dal peso della gerla, le leggere scarpe di panno, la paura dei cecchini. Camminare a fatica, con la fame ed i propri pensieri, le riflessioni sulla vita, su quella guerra assurda dove gli uomini, al di qua e al di là del fronte, sarebbero identici se non per i diversi colori delle divise come nella “Guerra di Piero” di De André ove guerra è tutto quello che sta attorno ma anche lo stato d’animo di ognuno.
Una stella alpina per ciascuna portatrice lasciata dai soldati con una sorta di rispettosa timidezza “È questo che siete. Fiori aggrappati con tenacia a questa montagna. Aggrappati al bisogno di tenerci in vita.”
Ho letto da qualche parte che questo è un romanzo “femminile”; trascurando l’assurdità che possa avere dal mio punto di vista questo genere di affermazione credo invece che questo libro dovrebbe essere letto da molte donne, per riscoprire la forza che sta in loro, e, aimè, da molti uomini che, a distanza di più di un secolo dai fatti narrati, ancora non riescono a vedere le donne come esseri a loro paritari e degni di rispetto.

I fratelli Ashkenazi di Israel J. Singer

Quando scoprii Israel Joshua Singer, fratello dell’allora più famoso Isaac Bashevis cui fu assegnato il Nobel per la letteratura nel 1978, divorai, uno dopo l’altro, alcuni dei suoi libri tra i quali “Yoshe Kalb” , “La famiglia Karnowski” e “I fratelli Ashkenazi”. Oggi, che il molto tempo trascorso in viaggio e la ricca offerta mi consentono il lusso di ritrovare, per mezzo di audiolibri, testi così impegnativi che non avrei il tempo di rileggere, ho ascoltato questo meraviglioso libro dalla voce di Moni Ovadia e, posso assicurarlo, non è stata affatto un’esperienza banale. Sarebbe superficiale ascrivere questo romanzo alla categoria delle saghe familiari poiché, nonostante vi si narrino le vite dei figli gemelli di Reb Abraham Hirsh Ashkenazi, ebreo chassidim, tale racconto serve, in realtà, a dipingere con grande maestria molto altro a partire dalla vita della cittadina polacca di Lodz, dalla sua trasformazione da villaggio a grandissimo centro dell’industria tessile sino al suo tramonto lungo un arco temporale di quasi un secolo e, con essa, l’ascesa e la decadenza borghese di famiglie ebraiche polacche. Così, scrivere delle alterne fortune dell’intelligente ed ambizioso Simcha Meyer e del fortunato ed affascinante fratello Jacob Bunim sembra essere per lo scrittore lo stratagemma per divenire acritico cronista della Storia della Polonia vista attraverso gli occhi dei mille personaggi che la popolano o che ad essa, in modo diverso, sono legati; seguendo la storia dei fratelli Ashkenazi, parallelamente all’evolversi della società industriale, si seguono i mutamenti di una generazione di ebrei chassidici cresciuti, come da tradizione, tra matrimoni combinati, con donne relegate a figure assolutamente inferiori, barbe, payot, scialli rituali, studio del Talmud, yiddish masticato in alternanza al tedesco ed il sabbath con le sue rigide regole osservate o furbamente aggirate, mutamenti che li traghettano verso un distacco dall’ortodossia in favore di un’identità borghese moderna ed europea. Ed insieme a loro, intorno a loro, cambia il mondo passando dalla seconda rivoluzione industriale fino alla crisi del ’29 così che “I fratelli Ashkenazi” diviene al contempo un romanzo storico e politico nonché una denuncia delle grandi discriminazioni subite dagli ebrei e dei terribili progrom; perché la complessità di questo libro consente di narrare, parallelamente alla vita dei protagonisti, quella di milioni di altre persone affannate a sopravvivere, rinascere, rivendicare le proprie convinzioni tra la fine dello zarismo, la nascita e la caduta dell’imperialismo del secondo reich e la nascente coscienza del proletariato. Un’opera ciclopica ed affascinante. Ciò che ho sempre trovato grande nella scrittura di Singer è la sua lucidità, l’autoironia che gli consente di osservare con distacco le sue radici ed il suo popolo senza indulgere in falsità e riuscendo ad evidenziare sia l’incubo perpetuo di quell’abisso che è l’antisemitismo sia i vizi, la cupidigia, l’alterigia, il bigottismo e la miopia sociale degli ebrei del suo tempo. E, in tutto questo, la lettura di Moni Ovadia riesce a rendere ancora più brillante quello che, secondo me, è davvero un gioiello; la recitazione, le cantilene, il ritmo regalano vera magia.

Toda gioia toda beleza

Ne sentivo il bisogno: camminare per qualche ora, respirare l’aria fredda, tersa, sentire la carezza del sole sul viso. Osservare tanta meraviglia. Annusare il profumo dei pini, quello della neve, del freddo. Ascoltare pochi rumori ovattati ed il silenzio che non è lo stesso della mia casa, è un silenzio che solletica il cuore. Godermi quella stanchezza dei muscoli che è tanto capace di rendere più lieve quella della mente e dell’anima.
Toda gioia toda beleza

L’ultima notte di Antonio Canova di Gabriele Dadati

L’ultima notte di Antonio Canova narrata in questo libro si protrae dal 10 ottobre 1822 fino alle sette e quarantatré minuti di domenica 13 ottobre, quando il maestro muore a Venezia, liberatosi dal senso di colpa che lo ha lungamente afflitto grazie al racconto fatto al fratellastro Giovanni Battista Sartori cui affida, in un momento di intimità possibile solo tra due persone che hanno un legame di affetto reale e profondo, la sua confessione ed i suoi più importanti ed intimi ricordi. In una narrazione a ritroso, che sposta più volte l’asse temporale, il grande poeta del marmo ritorna così a diversi momenti della sua vita, dall’infanzia vissuta orfano di padre ed abbandonato dalla madre con un nonno violento, al suo apprendistato come scalpellino, al sogno di un amore, fino al cuore reale della storia, al 1810, anno in cui egli fu chiamato a Fontainebleau alla corte di Napoleone per realizzare il ritratto della nuova regina, Maria Luisa d’Austria. Il Bonaparte, al massimo del suo potere, che vuole un erede ad ogni costo, l’”Austriaca”, ancora ragazzina, costretta dalla ragione di Stato a sposare colui che fin da piccina ha imparato a considerare il mostro, il cannibale, l’anticristo e lui, lo scultore più famoso ed ambito del tempo, uomo semplice, dolce e profondo, lontano dal mito che il tempo e le sue opere ci hanno restituito. Dadati, narrando con grazia fatti che non so dire quanto reali e quanto di finzione ma che, di sicuro, portano con sé una certa suspence, una sorta di “giallo” che incuriosisce ed avvince, ha avuto la capacità di coinvolgermi dipingendo personaggi notissimi con luci ed ombre particolari, con un’umanità, nel bene o nel male, molto più profonda ed intima di quanto si possa apprendere dai libri di storia. Una scrittura limpida, sincera, senza fronzoli ed orpelli, adatta al tempo narrato ma mai didascalica o opprimente. Quale potrà essere l’eredità di un uomo che ha dedicato la sua vita all’arte? Nello struggente finale, in parte, la risposta.

In ogni caso nessun rimorso di Pino Cacucci

Sono molto affezionata a questo libro, lo lessi tanti anni fa suggerito da una persona che mi aiutò a vedere molte cose della vita da un punto di vista differente da quello, un po’ troppo inquadrato forse, al quale ero allora abituata. L’ho riascoltato di recente in formato audiolibro riprendendo in mano il testo per assaporarne alcuni passaggi e, di nuovo, non mi ha deluso. “Era la felicità che avevo inseguito per tutta la vita […] La felicità che mi era sempre stata negata, avevo il diritto di viverla quella felicità. Non me lo avete concesso. E allora, è stato peggio per me, peggio per voi, peggio per tutti. Dovrei rimpiangere ciò che ho fatto? Forse. Ma non ho rimorsi. Rimpianti sì, in ogni caso nessun rimorso”. Questo scriveva Jules Bonnot, questo riporta Cacucci per introdurci al racconto delle vicende dell’uomo, considerato ai primi del 1900 l’anarchico più pericoloso di Francia e, da lì in poi, ognuno segue la sua strada perché, a mio parere, la vera forza della scrittura di Cacucci sta nel riuscire a narrare una storia vera, avvincente, tragica ed affascinante senza tuttavia emettere giudizi e lasciando al lettore libertà di pensiero e di interpretazione. Già perché leggendo non possiamo non renderci conto che non si tratta solo di una storia vera, non si tratta soltanto di imparare quali fossero le radici della filosofia anarchica tra la fine dell’800 ed i primi del ‘900 ed in che modo essa progredì e fu soppressa, non si tratta soltanto di leggere la storia affascinante di Bonnot, anarchico, ladro e poi anche assassino, primo nella storia ad organizzare rapine utilizzando un’automobile, autista personale, per un certo periodo, niente di meno di Sir Arthur Conan Doyle, ma si tratta di fare una scelta, guardando in noi stessi per capire da che parte stiamo. Bonnot è un delinquente sanguinario, ha fatto la fine che meritava, questa potrebbe essere una scelta; e non ha importanza se sia diventato così a causa di una vita misera, di continui soprusi, del desiderio di rivincita, non ha importanza se in due occasioni in cui è stato sfiorato dall’amore, da quella “felicità che avevo inseguito per tutta la vita” ha pensato di potersi fermare. Ma Jules non è nato solo con la sfortuna di essere un povero, uno sfruttato, un uomo senza possibilità (mi viene in mente George, in “Uomini e topi di Steinbeck) è nato anche intelligente e con l’incapacità di rassegnarsi all’ingiustizia. E, pensando a questo, a me viene il desiderio di spostare il mio punto di vista per cercare di capire di più perché Bonnot è il risultato di una società ingiusta che costringe una maggioranza alla sofferenza ed alle catene, che la priva non solo di un futuro ma anche del suo sogno “Si chiese per quale oscura macchinazione del destino nascono uomini diversi dagli altri, da tutti quelli che rimangono a capo chino fino all’ultimo dei loro giorni, in una rassegnazione muta, che rende quei giorni uguali e le notti inesistenti. Si chiese perché a qualcuno tocchi in sorte di non trovare pace ogni volta che tramonta il sole, dannato dall’attesa di un’alba che arriva sempre troppo presto, pronta a dimostrare che ogni oggi sarà peggiore di ogni ieri”. Così mi trovo a domandarmi se condannerei qualcuno che lotta in questo modo per il suo futuro e per una società più giusta, che lotta con gli strumenti che ha a disposizione contro l’oppressione sociale e la diseguaglianza perché è facile, quando si ha tutto e si vive liberi ergersi a giudice e, in tutta sincerità, non sono in grado di darmi una risposta.

Il Macchinone

Guido tanto, da sempre; attualmente la mia media è di 40.000 km/anno ma ho visto anche tempi peggiori. Non saprei dire se guido bene o male, ciò che posso affermare è che cerco di farlo in sicurezza, la mia e quella degli altri, perché so perfettamente che al mattino presto sono sempre assonnata e che la sera, spesso, la stanchezza e la testa piena di pensieri tendono a distrarmi da quello che sto facendo. Guido tanto da sempre e, da sempre, incrocio esemplari, diversi ma sempre uguali, dell’automobilista incazzato, un po’ alla Gioele Dix, del figlio di Senna o Schumacher, del tizio che sa guidare mentre tu no e di quello che ha la macchina grossa e si sente potente compensando, con ogni probabilità, altri limiti. Un tempo erano quasi solo uomini a comportarsi così, con la prepotenza e l’arroganza dei padroni della strada; oggi, tuttavia, sempre più spesso mi imbatto nella signora/signorina di turno che, con berlina o SUV nuovi fiammanti e dal costo superiore al mio appartamento, occhiali da sole anche se nevica e telefono in mano, (non capisco perché dato che persino la mia umile macchinina è dotata di un potentissimo vivavoce) ti si attacca al culo, su qualsiasi strada, con qualsiasi tempo e comincia a farti gli abbaglianti. A volte penso che se avessero una pala spartineve al posto del paraurti non esiterebbero a spazzarti via, altre ho la tentazione di sfruttare la mia bella assicurazione kasco tanto per il gusto di inchiodare e vedere cosa succede ma, per fortuna, non ho mai ceduto a tale lusinga.

Sto percorrendo la salita verso Dagnente dalla rocca di Arona; la strada è deserta, o almeno così mi appare. Primo tornante, secondo tornante, piccolo rettilineo e poi subito curva a sinistra, piuttosto stretta, davanti al ristorante; conosco queste strade a memoria. Non sto certo andando pianissimo ma, nonostante ciò, mi si materializzano all’improvviso dietro due altissimi fari: abbaglianti ripetuti, un colpo di clacson indisponente, un ruggito del motore e via, proprio sulla curva, un bel sorpasso che mi costringe a frenare. Respiro a fondo e, stranamente, non impreco: sto ascoltando alla radio un servizio che mi interessa e non voglio perdere il filo, assieme alla pazienza. E poi arrivo davanti al San Carlone. Il Macchinone è girato ed infilato tra il muretto ed il cartello che indica che la strada dall’altra parte è interrotta ed un tizio con il telefono in mano sta scendendo; non può ancora vedere il muso del Macchinone ma io si, e non è un bello spettacolo. Accosto, indosso la mascherina, abbasso il finestrino e proprio mentre lui osserva la sua opera d’arte gli domando: le serve qualche cosa? Un grugnito che interpreto come un “no grazie, molto gentile”. Rialzo il finestrino e mi dirigo verso casa con la netta impressione che il Borromeo mi stia facendo l’occhiolino.

Foto di Andreas Riedelmeier da Pixabay

Gli uccelli vanno a morire in Perù di Romain Gary

Penso che molti di coloro che abbiano letto Romain Gary almeno una volta condividerebbero l’idea che questo particolarissimo uomo dai tanti pseudonimi, che pose fine alla sua vita con un colpo di pistola avendo cura di indossare una vestaglia rossa affinché il sangue non si vedesse troppo, aveva nella sua penna una magia incomparabile, la stessa arte capace di creare il linguaggio particolarissimo, le mille sfumature e la profondità adulta del piccolo Momo di La vita davanti a sé. Nonostante la formula letteraria da me preferita sia senza dubbio il romanzo sono sempre stata affascinata dai racconti o, meglio, dalla capacità di un autore di narrare compiutamente una storia, un mondo, un concetto attraverso poche pagine. In questo libro meraviglioso Gary dimostra, a mio parere, tutta la sua grandezza e poliedricità attraversando, con le parole e la fantasia luoghi e situazioni completamente differenti ma che, nel loro insieme, ci restituiscono uno spaccato crudo e a tratti violento dell’umanità.
Ed incontriamo così il poeta, sognatore disilluso, sfiorato sulla spiaggia peruviana da un problematico uccellino; l’ambasciatore le cui mani sembrano fatte per accarezzare qualcosa; il fabbricante di giocattoli, umanista incapace di comprendere l’umano; il pioniere dell’indipendenza sindacale, artista ed opera d’arte; il collezionista, ossessionato dai falsi; il nano ed il gigante, in un mondo di mostri; il fedele del Führer gabbato dalla sua idea di eroismo; un cocchiere particolare, in una fredda notte di Mosca; i pidocchi, prova vivente dell’esistenza di Dio; i cigolii di un letto e le loro tragiche conseguenze; la dedizione di una vita per una raccolta di francobolli; il coraggio di affrontare uno squalo, o anche no; la piccola cieca ed il suo accompagnatore incapace di vedere; l’arte di Gauguin, o così è se vi pare; la vittima che nutre il carnefice; i nuovi pionieri americani, sempre più bestie, sempre meno umani.
Questo libro è uno scrigno che raccoglie sedici gioielli nei quali, a loro volta, sono celate domande disegnate attraverso personaggi dalle innumerevoli sfaccettature e che, giocando con l’ironia, lo humour, il cinismo ed una certa dose di crudeltà dipingono, con i toni multicolore caratteristici di Gary, camaleontico nella vita come nei suoi scritti, caratteristiche umane forse in parte nascoste in ognuno di noi.
P.S. in alcuni siti editoriali di vendita on line la trama riportata non è quella del libro bensì quella del film tratto dal primo racconto e che ne porta il titolo, “Gli uccelli vanno a morire in Perù”, film di cui Romain Gary stesso fu regista; trovo che per un sito editoriale riportare una descrizione di un libro non coincidente con il suo contenuto non sia proprio cosa encomiabile. La copertina del libro ritrae l’attrice americana Jean Seberg, moglie di Gary e protagonista del film, che si uccise un anno prima dello scrittore.