Percorsi

Percorsi – Golfo di Baratti (LI) 2005

Presuntuosa ho intrapreso la mia vita da adulta pensando di poter scegliere sempre la direzione, di essere in grado decidere, con la razionalità e l’impegno, il percorso che avrei seguito, di essere l’unica artefice del mio destino. C’è stato un periodo in cui avevo una visione lucida di quello che sarei stata, di ciò che avrei costruito, di come avrei realizzato i miei desideri di allora che, pensavo, sarebbero stati quelli per sempre. Che sciocca! La vita mi ha fatto un grande dono: mi ha mostrato come alcuni percorsi non si scelgono, come ci si trova, talvolta, dinnanzi ad un bivio inaspettato nel quale nessuna delle due strade è quella che tu avresti preventivato. Non so cosa mi abbia aiutato ad aprirmi a questa nuova visione della mia esistenza, forse semplicemente la mia vera natura, che, incomprensibilmente anche per me, per molti anni avevo cercato di celare o modificare oppure solamente la curiosità: scoprire che non tutto poteva essere risolto o deciso con il raziocinio, che gli schemi preconcetti erano per me assurdi e deleteri, proprio perché tali, accorgermi che uno sguardo, un incontro, una lettura, un dipinto, un’emozione improvvisa potevano avere il potere e la forza di aprire nuovi meravigliosi orizzonti, strade novelle, intriganti percorsi in un labirinto che non mi sarei neppure immaginata potesse esistere. Gocce di luce e di vita credo abbiano determinato in me un mutamento radicale: da un’esistenza estremamente inquadrata e disciplinata, nella quale il percorso era stabilito da regole e paletti, spesso ereditati e frutto di una cultura che non mi apparteneva completamente, alla libertà di mutare itinerario in base all’istinto, alle sensazioni, alle emozioni, la gioia di poter cambiare idea e di non avere certezze, del non dover per forza applicare alle mia quotidianità le parole “mai” e “sempre”. No, la mia esistenza non è affatto quella che mi sarei immaginata allora: non ho realizzato molti dei miei sogni, alcuni rimangono celati in un cassetto altri li ho dovuti, mio malgrado, abbandonare. Ma la vita mi ha dato molto, molto di più di quanto avrei potuto anche solo desiderare. Ricordo un giorno meraviglioso: ero in Perù, nell’oasi di Huachacina, a pomeriggio inoltrato. Mi ero avventurata su quelle altissime dune di sabbia calda e sottile sulla quale mi ero sdraiata godendo di uno spettacolo unico e di emozioni fortissime. Scendendo osservai i miei piedi. La sabbia si alzava in piccole nuvole allegre, le mie impronte, appena accennate, si cancellavano all’istante, senza lasciare apparentemente alcun segno del mio passaggio ma, come in una magia, le orme rimanevano nel mio cuore, nella mia anima, nella mia mente; la consapevolezza di godere di un momento irripetibile che, se avessi seguito la mia vita preconcetta, non avrei forse mai potuto vivere e la sensazione di essere cresciuta ancora un po’, come persona, anche grazie a quell’esperienza ed a tutte le altre che mi avevano condotto fino a li. Si, sono grata alla vita di avermi posto dinnanzi a strade nuove ed inaspettate e, curiosa, attendo di vedere dove mi condurrà il prossimo bivio, senza paure, senza pregiudizi, certa che, comunque vada, lascerà una nuova indelebile impronta dentro di me.

Assorbenti e dintorni

Foto di Esther Merbt da Pixabay

Pur concordando sull’emendamento al decreto della riforma fiscale presentato della Boldrini e, contemporaneamente, ringraziando il cielo di essere ormai uscita dal tunnel di tampax ed altri ammennicoli, farei di alcuni argomenti relativi all’IVA non tanto una questione di genere quanto di logico buonsenso.

Stante che l’IVA in Italia è assestata (per ora…) al 22%, con aliquote ridotte, a seconda dei casi, al 4%, 5% e il 10%, compensative per quei beni e servizi che maggiormente incidono sul costo medio della vita, mi sono presa la briga di andare a curiosare tra le tabelle del Testo Unico IVA (Decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633 – aggiornato con le modifiche apportate da ultimo dalla Legge 30 dicembre 2018, n. 145) nelle quali mi sembra di aver trovato piccolissime incongruenze. Ne riporto solo alcune per non privarvi della suspense nel caso voleste dare una lettura per conto vostro perché, vi assicuro, in taluni punti sono addirittura esilaranti.

Acqua potabile (del rubinetto). IVA 10%, ma per saperlo bastava leggere la bolletta. Nessun commento.

Tartufi freschi o refrigerati. IVA 5%. Beh, diciamocelo, un bel tartufo fresco non si nega a nessuno, vi pare? E poi lo sanno tutti che i tartufi incidono in modo sostanziale sul costo medio della vita, proprio perché è medio: quindi se io ne mangio 2 chili al giorno e voi nulla in realtà quello che vale è la media anche se voi, non ne avrete sentito neppure l’odore. Ma attenzione; se volete acquistarli secchi o surgelati, l’IVA sarà pari al 10%!

Erbe aromatiche. IVA: DIPENDE. Le aliquote applicabili sono il 4%, il 5% ed il 10%. L’Agenzia delle Entrate, per determinare l’aliquota fa riferimento alle Tabella A, parte II bis allegata al DPR 633/72 che elenca tra i beni soggetti ad aliquota al 5% il basilico, il rosmarino, la salvia, l’origano a rametti o sgranato destinati all’alimentazione, le piante allo stato vegetativo di basilico, rosmarino e salvia. Per le altre piante aromatiche, l’aliquota IVA dipende dalla classificazione merceologica effettuata dall’Agenzia delle Dogane e Monopolio” (questo l’ho riportato solo perché è emblematico e rappresenta alla perfezione l’aggrovigliamento neuronale di certi enti)

Funghi: IVA 4% (come il pane, il latte, ma le uova stanno al 10% eh…)

Birra, molluschi e crostacei (esclusi astici, aragoste e ostriche), abbonamenti radiotelevisivi codificati (anche via cavo o satellite). IVA 10%, come l’acqua del rubinetto, per intenderci.

Ordunque, se mangerete troppi tartufi, ricordatevi di fare attenzione all’aliquota IVA sulla carta igienica che naturalmente è, come per gli assorbenti, le aragoste e le ostriche, pari al 22%. In alternativa potete optare per un foglio di quotidiano che, con la sua IVA al 4% vi potrà regalare l’inestimabile valore aggiunto di ripulirvi con la faccia di chi crederete opportuno.

Le nostre colpe

Quando molti anni fa, curiosando in una libreria di Milano, incrociai questo microscopico libro e cominciai a sfogliarne le pagine mi si raggelò il sangue.

A seguito dell’armistizio del settembre ‘43 la divisione corazzata Leibstandarte -SS Adolf Hitler proveniente dal fronte russo fu inviata sul lago Maggiore per proteggere l’accesso alla frontiera Svizzera al fine di impedire la fuga di soldati italiani. In un brevissimo lasso di tempo, ossia tra il 15 settembre e l’11 ottobre, furono trucidati complessivamente 54 ebrei tra il lago Maggiore ed il Lago d’Orta, i nominativi dei quali furono ottenuti, secondo la bibliografia ufficiale, con la collaborazione degli uffici comunali.

Fu un pugno in pieno viso. I miei nonni, i miei genitori vivevano a Milano in tempo di guerra, si trasferirono nel ’64, dopo la nascita di mia sorella: ci può stare che non sapessero. Io però ad Arona ho frequentato elementari, medie e liceo diplomandomi nel 1985, tanto tempo fa, concordo, ma comunque sempre 40 anni dopo lo svolgersi di tali eventi.

Come era possibile che nessuno mi avesse mai raccontato questa storia? Ricordavo quello che avevamo studiato sulla seconda guerra mondiale, i tanti libri letti, le molte parole da parte di professori di lettere, storia e filosofia, spesso decisamente “politicamente schierati”, ricordavo lezioni inerenti il nostro territorio in quel periodo, approfondimenti sulla Repubblica partigiana dell’Ossola e l’eccidio di Fondotoce, ricordavo assemblee studentesche, gruppi di studio, ma, nonostante tutto, nulla inerente questi fatti.

Fui presa da un desiderio ormai adulto di approfondire, leggere, capire catturata da una specie di tarlo che mi logorava: cercai in casa, tra i libri di papà solo un brevissimo accenno nella Storia di Italia di Montanelli, quasi come se tutto questo non riguardasse la nostra storia, non riguardasse l’Italia, non riguardasse noi. Mi recai pertanto nella mia solita libreria chiedendo un testo (M. Nozza, Hotel Meina. La prima strage di ebrei in Italia, Milano 1993) e sentendomi rispondere dal mio amico occhialuto che il libro lo conosceva ma che non era disponibile; rimasi esterefatta e dissi che non mi sembrava normale non trovare proprio li un libro che parlava di una evento importantissimo delle nostre zone.  Ricordo ancora lo sguardo e le parole: “non hai idea, io ci ho anche provato, ma la gente di qui queste cose non le vuole né ricordare né sapere”.

Me lo procurò, vi trovai alcune risposte e, da allora, non ho più smesso di cercarne.

Vorrei sbagliarmi ma penso seriamente che l’ignoranza in cui siamo cresciuti sia figlia in parte della vergogna ed in parte dalla paura; la vergogna di  molti per non aver fatto qualche cosa, tranne che in rare eccezioni, per difendere quelle persone, molte delle quali facevano parte da sempre della comunità, erano amici, colleghi, compagni di scuola, e la paura di alcuni di essere scoperti nelle proprie piccolezze, nelle delazioni e collusioni, nei sotterfugi di una zona di frontiera dove stava passando una grande ricchezza: ebrei destinati alla morte e pertanto disposti a cedere ogni proprio bene pur di mettersi in salvo raggiungendo la Svizzera.

So che nell’ultimo decennio qualche cosa in più è stato fatto, intestando edifici, facendo conferenze, raccontando la storia dei pochi sopravvissuti: penso tuttavia che l’omertà degli anni in cui la mia generazione avrebbe dovuto essere formata alla consapevolezza civica e storica sia  stata gravissima in quanto ha reciso la linea del racconto con chi era stato li, camminando in quei luoghi ed incontrando quelle persone, ci ha impedito di confrontarci con chi aveva aiutato e, perché no, forse anche con chi aveva tradito perché la condivisione può lenire il peso di tanti peccati. 

E alla luce di quanto accade oggi intorno a noi temo che continuando ad auto assolverci, a nascondere, a modificare la realtà, a seconda del nostro comodo, atteggiamento qualunquista certamente meno faticoso rispetto ad una reale ed oggettiva presa di coscienza, abbiamo perso l’opportunità di rimanere memoria vivente delle nostre colpe mettendoci pertanto in pericolo di compiere i medesimi errori domani.