Era nero e io lo vedevo bianco. Suppongo non fosse colpa sua essere nero né mia vederlo bianco. Bastò uno sputo per lavarmi gli occhi e farmi mettere a fuoco la giusta tonalità.
Categoria: Scintillando
Sul frigorifero
Mil pasos
Luoghi fatati

Spesso la sorpresa viene suscitata nell’anima perché questa non riesce a conciliare ciò che vede con ciò che ha visto. In Italia c’è un grande lago, che viene chiamato Lago Maggiore: è un piccolo mare, le cui rive sono interamente selvagge. In mezzo al lago, a quindici miglia dalla riva, ci sono due isole di un quarto di lega di circonferenza, dette “Borromee”, che sono, a mio parere, il luogo più incantevole del mondo. L’anima è sorpresa da questo contrasto romanzesco, rievocando con diletto i prodigi dei romanzi, nei quali dopo aver superato rocce e paesi aridi, ci si ritrova in luoghi fatati.
(Montesquieu)
Buongiorno!
5.40, in piedi, anche se lui ha cominciato a suonare alle 5.30 ed abbiamo combattuto la solita battaglia impari. Occhiali, non li vedo senza occhiali, potrebbe essere un problema. Caffè, caffè, caffè… e se il fegato non reggerà chi se ne frega. Calpesto la micia, lei se ne risente. 6.30 fresca come una frasca. L’ombrello è in macchina, pazienza tanto diluvia soltanto. Pozzangera. Grande. Grandissima. Fango. Tanto. Tantissimo. La fresca frasca è andata. Tergicristalli. Radio. Terremoto Albania, Malta, omicidio Daphne Caruana Galizia. Hong Kong. Rapporti Cina-USA. Mi distraggo un attimo quando parlano del premier libanese Hariri e mi passa per la testa un pensiero. Coglione! Ma è già andato e comunque il premier non ne era il destinatario. Proteste in Colombia. Prima pagina. Tutte belle notizie. Terremoto Albania. Emergenza droghe. Il giglio magico sotto assedio. Oleggio, Ponte sul Ticino. Ma quanto è cresciuto da ieri? Nero. Molto nero. Nerissimo. Non mi piace, no, no. Ancora meno mi piace passarci sopra. Mi immagino mentre ci cado dentro perché crolla il ponte. Forse ieri sera ho bevuto e me ne sono dimenticata. Giustificherebbe anche queste due belle sporte per la spesa sotto gli occhi. No. È la radio che continua con le belle notizie. Genova, isolata. Dissesti generali. Po che tracima. Non hanno detto nulla di ArceloMittal? Boh…forse è stato quando quello mi ha tagliato la strada ed ho urlato coglione. Non ricordo.
Maximón
I bambini corsero incontro alla lancia coperta appena attraccata presso il piccolo molo. Mentre alcuni si tuffavano gioiosi nelle calme acque del lago tra le barchette dei pescatori che ciondolavano pigre, due piccini, gli occhi grandi e scuri, scintillanti di pagliuzze ramate, mi si avvicinarono: “Hola señorita…! ….Maximón señorita? Por aqui. Cinco quetzales”. Sorrisi. Mani piccine strinsero le mie e, al ritmo di gorgheggi e trilli cristallini, mi guidarono, quasi correndo, lungo il villaggio di Santiago, tra strette vie, disordinate e sporche, che si arrampicavano lungo una pavimentazione di sassi solo a tratti ingentilita da piccoli ciuffi d’erba, pannocchie multicolori appese alle pareti, cucine di strada ed utensili d’ogni forma e dimensione abbandonati ovunque. Un dedalo di case basse, simili tra loro, poche donne in giro, qualche uomo seduto fuori della porta sonnecchiante sotto il cappello a tesa larga. Avevo letto di Maximón nella mia guida ed in alcuni diari di viaggio e quasi tutti parlavano piuttosto male di questo “santo fantoccio”, dipingendolo come un imbroglio per turisti ed un modo semplice per recuperare poco denaro. Ma io ci tenevo a vedere con i miei occhi di cosa si trattasse. Avevo già avuto modo di osservare molte chiese in Guatemala e lo strano culto dei santi di questo popolo al quale la religione cattolica era stata imposta dagli invasori spagnoli. “Radi tutto al suolo, distruggi, imprigiona, uccidi…su questa tabula rasa costruirai le tue chiese e convertirai nuove genti”. I Maya, probabilmente, avevano subito, come altri mille popoli, mantenendo tuttavia quella loro singolare autonomia ed originando un culto forse bizzarro, ma molto affascinante, dove le statue dei santi erano abbigliate con stoffe multicolori e trasformate in suggestive mescolanze tra icone cattoliche e idoli pagani, e petali di fiori, frutti, cereali e candele a terra, accompagnavano il credente prostrato dinnanzi all’immagine del proprio credo. Giunta dinnanzi ad una povera abitazione fui introdotta in un’angusta stanza al cospetto di Maximón, a cui si indirizzano le invocazioni locali per i bisogni più importanti. Gli occhi ci misero un po’ ad abituarsi alla penombra fino ad identificare quel curioso groviglio tra un culto religioso cristiano ed uno esoterico. Alla mia destra un altare, addobbo di pizzi e frange, un quadro raffigurante una madonna con bambino e moltissimi ex voto alla parete, candele, ceri, fiori di plastica ovunque, appesi al soffitto festoni, palloncini, carta colorata, cravatte. Odore di sigaro e incensi; dinnanzi a me, questo strano idolo, un pupazzone di legno, in posa di uomo seduto su uno scranno e, di fianco a lui, due tizi, che scoprii più tardi essere i custodi sempre presenti, notte e giorno. Maximón era davvero ben abbigliato: scarpe di pelle, di foggia italiana, abiti di buona fattura, sciarpe di seta, una certa quantità di cappelli impilati. Un grosso sigaro in bocca. Per terra alcune candele immerse in uno squaglio di cera multicolore. Avevo letto che questo idolo predilige, in dono, oltre naturalmente a quetzales o dollari, sigarette e rum. Domandando con lo sguardo il consenso ai custodi poggiai una sigaretta nella vaschetta delle offerte convinta che, immediatamente dopo la mia uscita, i due se le sarebbero intascata, ma, con mio sommo stupore, quello di sinistra la raccolse, la mise in bocca al pupazzone e gliela accese impiegando lo stesso cerino per accendere una candela, il tutto muovendosi con devozione e rispetto. Offrii una sigaretta anche ai custodi e tutti e tre se la fumarono con gusto, in religioso silenzio. Non posso negare che, se avessi avuto una bottiglietta di rum, sarei stata curiosa di vedere se quello strano totem di legno allegramente abbigliato si sarebbe bevuto pure quella! Il sudore cominciava a scendere lungo il collo in piccole stille; mi soffermai ancora pochi istanti, rifiutando la foto ma lasciando comunque un’umile offerta ed uscii, ritrovando i bimbi saltellanti esattamente dove li avevo lasciati. Un anziano signore mi spiegò che Maximón è molto amato e rispettato e che porta benessere a tutti in quanto vive nelle case, migrando, di anno in anno, da una famiglia all’altra e distribuendo così in modo equo tra gli abitanti del villaggio la fortuna della cacciata degli spiriti maligni e del poco benessere economico che l’avvento di turisti e pellegrini apporta. Insomma, sarà anche strano, un idolo vanitoso, tabagista ed alcolista ma, che dire, io l’ho trovato simpatico e molto, molto giusto.

Il destino del fiume
Ad ascoltare mi ha insegnato il fiume, e anche tu imparerai da lui. Lui sa tutto, il fiume, tutto si può imparare da lui. Vedi, anche questo tu l’hai già imparato dall’acqua, che è bene discendere, tendere verso il basso, cercare il profondo.
(Herman Hesse – Siddharta)

Stagioni
E dopo mille stagioni ancora ricorda un mattino di fine settembre nel quale, umida d’amore, vide il sole accarezzare le foglie di un piccolo melo selvatico nel giardino della casa di sassi.
Percorsi

Presuntuosa ho intrapreso la mia vita da adulta pensando di poter scegliere sempre la direzione, di essere in grado decidere, con la razionalità e l’impegno, il percorso che avrei seguito, di essere l’unica artefice del mio destino. C’è stato un periodo in cui avevo una visione lucida di quello che sarei stata, di ciò che avrei costruito, di come avrei realizzato i miei desideri di allora che, pensavo, sarebbero stati quelli per sempre. Che sciocca! La vita mi ha fatto un grande dono: mi ha mostrato come alcuni percorsi non si scelgono, come ci si trova, talvolta, dinnanzi ad un bivio inaspettato nel quale nessuna delle due strade è quella che tu avresti preventivato. Non so cosa mi abbia aiutato ad aprirmi a questa nuova visione della mia esistenza, forse semplicemente la mia vera natura, che, incomprensibilmente anche per me, per molti anni avevo cercato di celare o modificare oppure solamente la curiosità: scoprire che non tutto poteva essere risolto o deciso con il raziocinio, che gli schemi preconcetti erano per me assurdi e deleteri, proprio perché tali, accorgermi che uno sguardo, un incontro, una lettura, un dipinto, un’emozione improvvisa potevano avere il potere e la forza di aprire nuovi meravigliosi orizzonti, strade novelle, intriganti percorsi in un labirinto che non mi sarei neppure immaginata potesse esistere. Gocce di luce e di vita credo abbiano determinato in me un mutamento radicale: da un’esistenza estremamente inquadrata e disciplinata, nella quale il percorso era stabilito da regole e paletti, spesso ereditati e frutto di una cultura che non mi apparteneva completamente, alla libertà di mutare itinerario in base all’istinto, alle sensazioni, alle emozioni, la gioia di poter cambiare idea e di non avere certezze, del non dover per forza applicare alle mia quotidianità le parole “mai” e “sempre”. No, la mia esistenza non è affatto quella che mi sarei immaginata allora: non ho realizzato molti dei miei sogni, alcuni rimangono celati in un cassetto altri li ho dovuti, mio malgrado, abbandonare. Ma la vita mi ha dato molto, molto di più di quanto avrei potuto anche solo desiderare. Ricordo un giorno meraviglioso: ero in Perù, nell’oasi di Huachacina, a pomeriggio inoltrato. Mi ero avventurata su quelle altissime dune di sabbia calda e sottile sulla quale mi ero sdraiata godendo di uno spettacolo unico e di emozioni fortissime. Scendendo osservai i miei piedi. La sabbia si alzava in piccole nuvole allegre, le mie impronte, appena accennate, si cancellavano all’istante, senza lasciare apparentemente alcun segno del mio passaggio ma, come in una magia, le orme rimanevano nel mio cuore, nella mia anima, nella mia mente; la consapevolezza di godere di un momento irripetibile che, se avessi seguito la mia vita preconcetta, non avrei forse mai potuto vivere e la sensazione di essere cresciuta ancora un po’, come persona, anche grazie a quell’esperienza ed a tutte le altre che mi avevano condotto fino a li. Si, sono grata alla vita di avermi posto dinnanzi a strade nuove ed inaspettate e, curiosa, attendo di vedere dove mi condurrà il prossimo bivio, senza paure, senza pregiudizi, certa che, comunque vada, lascerà una nuova indelebile impronta dentro di me.
La quiete

