Del micro e del macro

“Se ha etica, allora il valore dell’essere umano è 1. Se in più è intelligente, aggiungerei uno zero e il suo valore sarà 10. Se è ricco aggiungerei un altro zero e il suo valore sarà 100. Se, oltre a tutto ciò, è una bella persona, aggiungerei un altro zero e il suo valore sarà 1000. Però se perde l’uno, che corrisponde all’etica, perderà tutto il suo valore perché gli rimarranno solo gli zeri”.

(Risposta del matematico arabo Al-Khawarizmi a chi gli chiese il suo punto di vista sul valore dell’essere umano)

Vivo in questa società accompagnata da una sempre più grande disillusione e mi domando che senso abbia, per ognuno di noi, il termine “etica”. Osservo il mondo che mi circonda, i nostri comportamenti, l’uso ed il consumo delle persone e dei rapporti, con quella vena di disonestà latente sempre giustificata da un “è una piccola cosa… è colpa sua… sono fatto così… mi devo pur difendere…lo fanno tutti…”, l’aggressività fisica e verbale che riversiamo su chi non vede le cose dal nostro stesso punto di vista, la capacità di auto assolversi, sempre, molto più semplice del mettersi in dubbio, di fare un passo indietro, di chiedere scusa, di riuscire a vedere le conseguenze dei nostri comportamenti sulla vita degli altri. Osservo gesti che sembrano piccoli e banali che nascondono prepotenze, soprusi, ingiustizie in un vortice delirante di ego impazziti e di neo narcisi che si credono dei. Osservo tutto questo ogni giorno, sul lavoro, per strada, nelle relazioni sociali e, con maggiore sofferenza, in quelle personali. Non sono certa di quale sia il mio valore anche se mi sforzo, con tutte le energie, di valere almeno quell’ 1 perché noi siamo la società in cui viviamo e la somma di tanti zeri non può che essere zero.

La rivincita del polinomio

La mia pagella di terza media riportava la frase: “ragazza particolarmente portata per studi ad indirizzo umanistico o artistico”. In realtà il mio cuore era decisamente orientato verso la biologia e, soprattutto, quel mondo microscopico che, fin da ragazzina, aveva destato in me un’immensa curiosità. Ciò premesso, tutte queste valutazioni a nulla valsero in quanto gli unici parametri che presi in considerazione nella scelta delle superiori furono il fatto che mio fratello gemello avrebbe frequentato il liceo scientifico e che, all’epoca, per me staccarmi da lui sarebbe stato più o meno come togliere la bombola dell’ossigeno ad un malato di enfisema polmonare. Non ricordo gli anni del liceo come entusiasmanti, soprattutto gli ultimi; i problemi a casa erano molti e, forse anche per quello, non riuscii a vivere quel periodo con la spensieratezza tipica dell’età. Non sono mai stata una grande secchiona, diciamo che avendo anche altri impegni ed interessi ed essendo di indole piuttosto pigra, ho sempre cercato di applicare la regola del “minimo sforzo, massimo rendimento”. Di quel periodo ricordo nitidamente la professoressa di matematica che chiamerò “La Terribile” giusto per tutelare la sua privacy; tanto per dare un’idea di cosa ella abbia rappresentato per me posso dire che, talvolta, mi sveglio nel cuore della notte terrorizzata da un incubo in cui omaccioni vestiti di nero mi comunicano con fare minatorio che non posso svolgere la professione in quanto la mia laurea non è valida dato che, a causa sua, non mi sono proprio diplomata.

Vista con gli occhi di un’adulta “La Terribile” era solo una cinquantenne nubile, di sgradevole aspetto, non particolarmente brillante, di certo molto bigotta, probabilmente repressa e poco soddisfatta della sua vita in generale. Manteneva un atteggiamento decisamente più cortese con gli alunni appartenenti al sesso maschile, vestiva come Mary Poppins, senza tuttavia averne il sorriso simpatico e gentile, non si depilava le gambe e, secondo me, non dedicava neppure un’adeguata attenzione alla sua igiene orale. Svolgeva gli esercizi in classe sempre copiandoli da quel quadernetto scritto a matita che non abbandonava mai.

Vista con gli occhi di un’adolescente, per sua natura piuttosto insicura e per di più educata al rispetto delle persone e delle gerarchie in generale ella era la “professoressa”, una donna adulta, con il compito di insegnare a giovani menti nozioni sconosciute e, in un certo senso, di contribuire alla loro educazione; non mi ponevo il dubbio che potesse avere dei problemi, dando per scontata la sua buona fede, e ne subivo inerme le angherie, certa di non capirne il motivo ma pensando di meritarle. Se una persona nella mia vita è riuscita a farmi sentire inetta, poco intelligente, irrecuperabile e sfiduciata, questa è stata lei; non credo di averla odiata, non mi sono mai riconosciuta in questo tipo di sentimento per nessuno, nemmeno più tardi e per cose ben più gravi, ma certo l’ho detestata con tutte le mie forze ed ho avuto paura di lei. Interrogandomi mi diceva frasi tipo: “quanto dicono tu sia brava in lettere, tanto non capisci niente delle mie materie…”, “…sei proprio stupida”, “…non vedi che fai dormire tutti i tuoi compagni?”, “… tuo fratello si che è intelligente!” ed altre facezie del genere. Non riuscì mai a rimandarmi a settembre; ogni anno era una lotta sfinente all’ultimo mezzo punto per raggiungere la sufficienza ma ci arrivavo e credo che lei mi detestasse ancora di più, per questo.

A pochi mesi dalla maturità la mia ansia aumentò a dismisura e contattai un giovane studente d’ingegneria chiedendogli di darmi qualche lezione privata. Non so dire se fu perché il tizio aveva due splendidi occhi azzurri ed era decisamente galante con me o perché “La Terribile” aveva il potere di paralizzare il mio cervello, fatto sta che ne bastarono tutto sommato poche per aprire la mia mente ad un nuovo mondo. Tutti quei numeri che io avevo pedissequamente trascritto, quelle formule, quegli studi di funzione, avevano un senso! Non erano statici, non dovevo subirli…tutto sommato potevano essere visti come simpatici genietti che potevi mescolare usando le regole, certo, ma anche tanta fantasia, per trasformarli in altro. Una materia che avevo tanto detestato mi sembrava ora addirittura bella, e, nonostante tutto, stranamente semplice e intuitiva. Feci la pace con la matematica e, dal quel momento, non ebbi più alcuna diffidenza nei suoi confronti.

Quando l’altra sera, arrivata a casa della mia amica, ex compagna di classe e testimone di tutto ciò che ho fin qui raccontato, mi sono sentita dire “Micky, tu te li ricordi i polinomi? Fil non riesce a risolverne uno, ci abbiamo provato in mille modi…un nervoso” e, dopo tanti anni, mi sono accostata con un filo d’ansia a quei numeri, loro non mi hanno tradito; il denominatore scomponibile, il quadrato del binomio, il raccoglimento a fattori mi sono sembrati il giochino di sempre e la matita ha trasformato l’ammasso insensato nel risultato perfetto [1].

Sono sincera: il mio ego non si è controllato e non ho certo brillato per finezza quando, saltando dalla sedia, ho lanciato un urlo di soddisfazione, fatto con veemenza il classico gesto dell’ombrello ed esclamato a gran voce: “Terribile! Forse, alla fine, la stupida eri tu!”

(Basta_una_scintilla – 30 settembre 2008)

Dei maschi e delle femmine

Avremo avuto credo sette o al massimo otto anni io ed Alessandro, mio fratello gemello; a quell’epoca eravamo ancora una cosa sola, dove andava uno andava l’altro, quello che faceva lui lo facevo io e viceversa. Una sinergia costruttiva, direi.

Non siamo mai stati particolarmente timidi nei confronti dei nostri coetanei, forse perché questo essere due, diversi ma in stretta simbiosi, ci faceva in un certo senso sentire più forti. Lui era piccino, esile, capelli scuri, carnagione olivastra, due enormi occhi nocciola che ti guardavano con curiosità e divertimento. Io rotondetta, gli occhi verdi forse maggiormente insicuri dei suoi ed il viso da bambolotto incorniciato dai capelli biondi, apparivo probabilmente più debole di quanto fossi in realtà. Comunque non avevo bisogno, allora, di essere forte: c’era lui a difendermi, era il mio cavaliere. Ricordo quando, all’asilo, le maestre insistevano nel dividere i maschi dalle femmine con delle panchine poste trasversalmente in palestra e lui, come un marine, varcava tali blocchi, mai sufficientemente presidiati, per venire da me che lo accoglievo con la gioia di chi ha ritrovato una parte di sé.

Frequentavamo le elementari presso un collegio di suore. Quel giorno, durante la ricreazione, i bambini, mio fratello compreso, decisero di fare una gara di sputi. Io, ovviamente, facevo parte della squadra. Stranamente nessun bambino si lamentava mai del fatto che io non fossi “uno di loro”: ero con Alessandro e questo bastava per essere inserita in tutti i giochi che lui faceva e nella cerchia delle sue amicizie, con lo stesso senso di appartenenza. Ovviamente valeva il contrario e nessuna bambina si lamentava o si stupiva se Alessandro giocava con noi ad elastico o se provava a ricamare gli “imparaticci” a punto croce. Era come se tutti gli individui al di sotto dei dieci anni ci vedessero davvero come un essere unico ed interscambiabile, senza minimamente stupirsi di questa nostra interazione.

La gara di sputi si svolgeva in giardino su un pianoro rialzato dove c’era una piccola grotta con la madonna di Lourdes. Forse non eravamo molto eleganti ma rispettosi si, non si sputava verso la statuina, ci mancherebbe, era tanto carina e sorrideva sempre non dandoci l’impressione che stessimo facendo qualche cosa di sbagliato ma, al contrario, apparendo tollerante e divertita. Spalle alla grotta, si sputava a turno, e si segnava con un pezzetto di carta la lunghezza del lancio. Vinceva chi riusciva a fare i due tiri più lunghi.

D’un tratto si materializzò davanti a noi una delle suore incaricate della sorveglianza. “Vergogna! Tutti in classe, di corsa, e oggi niente merenda… ma TU”, disse puntando il dito verso me con disgusto e, mi sembrò allora, con un tono che sembrava proprio uno sputo… “TU meriti una punizione più severa perché sei una bambina e le bambine non devono fare queste cose, non diventerai mai una brava signorina, nessuno ti vorrà mai sposare da grande perché ti comporti come un maschiaccio. Due settimane senza ricreazione, in classe, a scrivere sono una signorina sulla lavagna!”.

“Se lei sta in classe ci sto pure io”, disse Alessandro guadagnando una tirata di orecchie e per risposta un “lo decido io che cosa fai tu, vai con i tuoi compagni”.

Tornare a casa quella sera fu faticoso; entrambi sapevamo di avere fatto un gioco che non avrebbe reso orgogliosi i nostri genitori e già questo bastava per farci sentire sufficientemente a disagio. Parlammo con loro, raccontando l’accaduto per filo e per segno e ci prendemmo la nostra bella sgridata e la giusta predica sul fatto che loro cercavano di educarci al meglio e di riflettere se, con tutti i giochi da fare, quello fosse proprio indispensabile ed opportuno. Non ci punirono ma i loro rimproveri e, soprattutto, gli sguardi che li accompagnarono, furono estremamente più convincenti di qualsiasi castigo avrebbero potuto infliggerci.

La mattina seguente ci accompagnò a scuola mio padre e prima di entrare in classe andammo tutti e tre dalla Superiora, un donnone enorme che stava rintanata in un buio ufficio quasi tutto il giorno. Ci sedemmo e sentii mio padre dire delle parole che mi resero infinitamente orgogliosa di lui e che non ho mai più dimenticato. “Madre, io le ho affidato la formazione dei mie figli. Non sono un maschio ed una femmina. Sono due persone. Se sbagliano lo fanno come individui, ed è giusto che siano puniti, ma entrambi, e nello stesso modo. Io e mia moglie cerchiamo di farli crescere rispettosi degli altri e delle regole ma uguali; non sono diversi perché di sesso diverso ma solo per le loro peculiarità.  Spero davvero di non dover più tornare da lei perché sono stati trattati in modo diverso: se sarò portato a pensare che è questa l’educazione che riceveranno qui non potrò fare altro che trovare un altro istituto che mi dia maggiori garanzie.”

Lo vidi proprio come un essere luminoso, in quel momento, grande ed invincibile: uscendo dal buio ufficio mi sembrò di camminare due centimetri sopra la terra.

Photo by Jude Beck on Unsplash

Oniricamente

Lei cammina tenendo per mano i suoi sogni. Sfiora pensieri nodosi e ricordi antichi, confonde sorrisi e lacrime che cadono dinnanzi ai suoi passi trasformandosi in corolle profumate prive di stelo. Ha un cappello di paglia, calato un po’ storto sul viso, l’ombra della cui tesa le fa osservare il mondo da una strana prospettiva, una parte a colori, una parte in bianco e nero. Cammina su una strada che ha già percorso sapendo di essersi persa, un tempo, ma non riuscendo a cambiare sentiero come se una forza a lei sconosciuta volesse indicarle la via. La strada è brulla, piccoli ciuffi di erba secca sul ciglio nascondono rari e meravigliosi boccioli arancioni che lei raccoglie stringendoli al petto e posandoli subito dopo, con estrema delicatezza, in un piccolo cesto. Non sa dove sta andando ma sa che quel raccolto è prezioso e continua a camminare tenendo per mano i suoi sogni.

© Josephine Wall

La macchina fotografica

Lei è una strana donna che si nutre di emozioni e vive di contraddizioni. Ha fatto tanta strada, mille passi, poi altri mille; alcuni in discesa, molti in salita, talvolta con i polmoni spalancati, altri in affanno, altri ancora quasi in apnea. E’ strana davvero questa donna, alla continua ricerca di sé osserva il mondo con i suoi occhi cercando di adattarli ad esso per capirlo un po’ meglio, senza mai riuscirci. Ha un umore mutevole, un po’ come le nuvole del cielo passa dal candore sorridente al grigio malinconico, al temporale estivo, al nero della tempesta; ama la vita in tutte le sue forme, anche le più dolorose, ma la vita non la capisce e rincorre pensieri che cambiano con lei. E’ moderna questa donna, nella sua vita reale, ma dentro è un cimelio antico e conserva nel cuore scatole di latta piene di immagini in bianco e nero e ninnoli colorati che non cambiano mai. Legge parole di altri e ne scrive di sue, questa strana donna, annodando e srotolando concetti senza mai renderli compiuti, un po’come Penelope con la sua tela. Ha una piccola macchina fotografica questa strana donna; lei sa benissimo che è un oggetto antico e che la qualità delle sue immagini non reggono il confronto con tanti telefoni di ultima generazione ma, attraverso il suo obiettivo, le sembra di poter scorgere luci ed ombre di sé, quasi come se l’inquadrare qualche cosa, prima dello scatto, l’accompagnasse nel suo infinito percorso di crescita e di ricerca. L’altra sera questa strana donna ha avuto da sua madre la macchina fotografica che papà le aveva regalato per i suoi settant’anni e che ha accompagnato i momenti gioiosi dei loro ultimi anni prima che lui se ne andasse. La strana donna chiude gli occhi e, sorridendo, li rivede, nella piccola stanzetta, fianco a fianco, lei, l’artista, a dire quali scatti conservare e quali modificare, lui, il tecnico, davanti al PC, a cimentarsi in una tecnologia nuova per entrambi tra contrasti, ritagli e chiavette USB. Da oggi la sua piccola macchina fotografica resterà nel cruscotto dell’automobile pronta a cogliere un attimo che sarebbe un peccato perdere ma si dovrà rassegnare a lasciare il posto d’onore alla nuova compagna perché quest’ultima porta con sé talmente tanti ricordi ed amore che la strana donna è convinta l’aiuterà a vedere cose fino ad ora non viste.

L’incontro

Sarà stata più o meno mezzanotte di una serata calda di tarda primavera; mi stavo accingendo ad andare a dormire, la finestra ancora aperta sul piccolo terrazzo. Mi piace chiudere gli scuri il più tardi possibile; la collina dinnanzi a casa muta di forma e colori ad ogni ora della sera e la vista che mi viene regalata è un po’ come un quadro personalizzato che trasmette emozioni differenti al cambiare del tempo e del mio umore. Quella notte c’era la luna piena, enorme nel cielo terso rischiarava quasi a giorno, e tutto intorno, miliardi di piccole stelle più o meno luminose sembravano voler proteggere il cammino di mille viandanti nel mondo ancora alla ricerca della loro strada. Ad un tratto sentii uno strano rumore, come se qualcuno camminasse, con passo lieve, sulla ghiaia, appena più sotto. Non c’era nessuno, i piccoli appartamenti vicini sono abitati soltanto per poche settimane, di solito ad agosto, portando rumori, odori, litigi, ma poi, come d’incanto, ognuno torna alla propria città, lasciando che questo torni un piccolo mondo di pace. Non è inusuale qui che qualche piccolo animale passeggi indisturbato nella notte: ci sono i gatti, naturalmente, tra cui la mia micia selvatica e vagabonda che non rispetta mai l’orario di rientro, scoiattoli, ricci, alcuni anni fa anche la volpe. Il rumore che udii quella sera, tuttavia, era particolare e non so dire se, di primo acchito, ebbi più timore o mi incuriosii, fatto sta che mi avvicinai alla ringhiera, protetta dai vasi di fiori, e guardai di sotto, alla ricerca dell’intruso. Non so descrivervi l’emozione che provai in quel momento: proprio sotto di me, in mezzo al cortile illuminato dalla luna, c’era un cerbiatto che camminava incerto, le zampe posteriori leggermente divaricate, piccole macchie sul pelo chiaro, la minuscola coda dritta, il muso sottile sollevato a fiutare l’aria. Si accorse della mia presenza, ma, forse data la distanza, parve più vigile che spaventato: ci fissammo, e, per un attimo, fu come se i suoi occhi grandi e scuri, brillanti nella notte, mi volessero trasmettere una sensazione di pace. Un piccolo scatto, si voltò, e con un salto sparì dietro agli alberi. Un’ultima occhiata alla luna, artefice di quel meraviglioso regalo, avvicinai gli scuri ed andai a dormire.

Foto di David Mark da Pixabay

Il suo mondo

Lei ha un mondo dentro di sé, un pianeta ricco di dolci colline, montagne innevate, cascate, fiumi e mari, boschi e pianure dai mille colori, profumo di fieno, di vino e di festa; lei ora sa che ha guardato troppo ad altri mondi, ingenuamente convinta che avessero bisogno di più cure del suo.

È strano, alcuni pianeti ti accolgono, ti fanno sentire importante, ti chiedono aiuto e tu senti che puoi contribuire a farli diventare più ricchi e belli ma quei mondi sono come fiori carnivori, profumati, affascinanti ma al contempo fagocitanti e si nutrono delle tue energie; e mentre tu lotti perché ami quei mondi e sei convinta che il loro benessere sia anche in parte una tua responsabilità non ti accorgi che, per loro, il tuo mondo è solo un satellite destinato a morire perché non te ne stai prendendo abbastanza cura e, certamente, nessun altro lo sta facendo per e, tanto meno, con te.

Poi, una mattina, si è svegliata ed ha sentito il calore del sole; volti gli occhi al suo mondo si è accorta che era giunto il tempo di tornare. C’erano il grano da mietere, i frutti maturi da raccogliere, massi caduti da spostare. E lentamente, con un po’ di fatica, lei ha ricordato come, dentro di sé, ci fossero profumi, lande sconosciute, gusti, valli inesplorate, sensazioni, fiumi sotterranei, emozioni, farfalle variopinte; stupita ha ritrovato tanto di familiare e molto di ancestrale mentre altro è nuovo, anche per lei.

E così è ri_partita, con un nuovo sorriso, alla scoperta di tutte le meraviglie che il suo mondo le potrà ancora svelare.

L’inutilità delle parole

Ero traboccante di emozioni. A quell’altezza, il fiato corto, l’aria tersa, vedere librarsi nel cielo, all’improvviso, quei tre enormi esemplari di condor mi aveva sopraffatta. Non mi aspettavo sensazioni così forti sulla pelle ma, in quel mondo di sogno, mi era parso di poter spiegare le ali con loro e planare, lentamente, in senso circolare, sopra l’infinito. Nello stupore più totale arrivai in paese e lo vidi. Non so cosa mi attrasse, forse solo quegli occhi chiarissimi e leggermente strabici, l’età indefinibile, il volto diverso, nei lineamenti e nei colori, da quello della gente di li. Una camicia azzurra, di cotone, non un maglione o un poncio colorato, le rughe profonde a segnare la fronte, poca barba incolta, ciuffi di bianco tra il nero corvino dei capelli. Ci fissammo. Mi avvicinai e gli porsi una sigaretta. Senza parlare ci sedemmo, sul gradino fuori dal negozio, vicini, ma discosti, e come due vecchi amici che si conoscono da tempo, guardammo le volute di fumo salire lentamente per riflettersi nella luce intensa del primo pomeriggio. Sempre senza una parola ci furono una foto, un sorriso, una stretta di mano. Presi lo zaino e salii sul pullman. Ma lui è ancora con me, insieme ai condor.

Crepi il lupo

Sorrise impercettibilmente mentre aggiungeva l’ultimo ingrediente alla pozione: i bimbi che giocavano a palla, vedendola saettare sopra le loro teste a cavalcioni della scopa, l’avevano scambiata ancora una volta per la befana. Beata ingenuità. Una radio era accesa da qualche parte, non troppo lontano, ed una voce flebile giungeva sino a lei: “Attenti al lupo. Attenti al lupo.” Un balzo al cuore: inutile, qualsiasi cosa, a questo punto, sembrava far parte di un complotto, forse di un incantesimo ordito da quel mago malvagio che aveva respinto, tanti anni prima. Tutto, in ogni momento, come accadeva ora con quella canzone, la riportava con la mente e lo stomaco ad un umano, la sua grandissima passione. “Amore mio non devi stare in pena, questa vita è una catena, qualche volta fa un po’ male…” Fin da piccina aveva imparato l’arte della magia eppure, adesso, era come se fosse lei stessa l’oggetto di un sortilegio che la teneva incatenata, a dispetto del tempo e dello spazio, a quell’uomo che non faceva parte del suo mondo. Aveva abbandonato ogni difesa, scordato le regole imposte dal suo status permettendosi un contatto con lui e creando così un’intimità troppo profonda; aveva varcato la soglia che le era vietata umanizzandosi e ora la sua magia non aveva alcun valore, lontana dai suoi occhi continuava a sentirsi persa in essi, cercandoli ovunque senza riuscire più a trovarli.”…e c’è un omino piccolo così, che torna sempre tardi da lavorare, e ha un cappello piccolo così, con dentro un sogno da realizzare…“. Già, anche nel suo capello c’era un sogno ma era inaccessibile per questo stava preparando quell’intruglio: una pozione della nonna, una ricetta che le avrebbe consentito di dimenticare lui, i suoi occhi, le sue mani, che l’avrebbe fatta tornare semplicemente quella che era prima, per sempre: una giovane strega, aliena ai piacere ed ai dolori del mondo senza possibilità di ritorno, senza più libero arbitrio. Era pronta. La piccola ampolla brillava tra le sue mani mettendo in risalto il colore ambrato del contenuto prezioso; tra pochi minuti avrebbe scordato per sempre le emozioni, le labbra, le carezze, le parole sussurrate, la capacità di amare dalla quale discende il rischio di soffrire. La sua mente ripercorse l’ultimo avventuroso anno…”e noi due qui distesi a far l’amore in mezzo a questo mare di cicale, questo amore piccolo così ma tanto grande che mi sembra di volare…“. Davvero voleva tornare quella di prima? Quel dolore non l’aveva forse resa migliore? Quelle emozioni non erano forse valse una vita intera? Singhiozzava ora, proprio come un’umana, e le sue lacrime bagnavano il libro di ricette cancellandone le parole senza che lei se ne rendesse conto. Quando se ne accorse, seppe che quella era la sua ultima possibilità per l’oblio, per fuggire dai sensi e dalle emotività, per riconquistare quel limbo ove non avrebbe più sofferto ma non avrebbe nemmeno mai più gioito davvero. “…stando sempre attenta al lupo“. Come dicevano gli umani per augurarsi qualcosa? “In bocca al lupo!”. Già. “Crepi il lupo”, disse ad alta voce aprendo lievissimamente il pugno e facendo scivolare l’ampolla sul pavimento. La stanza si riempì di fragranze di frutta e di fiori e lei fu certa di sentire il profumo dell’amore. Avrebbe continuato a vivere come un’umana tenendo lui, per sempre, nel cuore e nella mente e sperando, nonostante tutto, di incrociare di nuovo i suoi occhi un giorno, per caso, in mezzo alla folla.

Fioritura

È strano come, in particolari situazioni, sia davvero difficile avere percezione del tempo e del sé. In queste prime settimane di clausura forzata ho fatto fatica ad avere una vera consapevolezza dello scorrere delle giornate; le mie passioni apparivano troppo distanti dalla mente e dall’anima che, a loro volta, sembravano capaci di sopire parzialmente la perenne sensazione di ansia, solitudine ed indefinito soltanto con la musica ed il lavoro. Da qualche giorno, però, le cose stanno cambiando; la primavera mi ha riportato la voglia di scrivere, leggere, disegnare quei caratteri cinesi che mi trasportano, ogni volta, in un altro mondo. La primavera mi sta riconsegnando la me che può rifiorire anche in questo momento, nell’attesa di riabbracciare i miei affetti e nella speranza che il mondo possa riacquistare pace e libertà.