LA SCOMPARSA DI MAJORANA di Leonardo Sciascia

È possibile, leggendo un saggio,  percepire la suspance ed il phatos di un romanzo giallo o sentirsi come quando, tanti anni prima, si era gustato Il mistero di Marie Roget, bellissimo racconto di Edgar Allan Poe, in cui lo scrittore, partendo da un cruento fatto di cronaca e basandosi esclusivamente sulle notizie trovate sui giornali dell’epoca, tenta di risolvere il caso in modo che la verità letteraria possa indicare la via alla verità giudiziaria? Lo è se il saggio è stato scritto da Leonardo Sciascia, “poliziotto di Dio”, come è stato definito dall’amico Gesualdo Bufalino; lo è se si tiene per le mani un testo che ha la forza dirompente della ricerca della verità dei fatti in contrapposizione alle sovrastrutture sociali che hanno determinato la verità storica in un ibrido, sempre perfettamente equilibrato, tra giallo, inchiesta, saggio sociale e riflessione filosofica.

La vicenda è nota: Ettore Majorana ha 32 anni e da pochi mesi è stato nominato professore di Fisica teorica per meriti eccezionali presso l’Università di Napoli. Il 25 marzo del 1938, dopo aver inviato una lettera al direttore del suo istituto, averne lasciata un’altra per la famiglia, prelevato una somma considerevole di denaro e preso il passaporto, si imbarca sul piroscafo che fa servizio da Napoli a Palermo e da quel momento in poi, a parte un’altra lettera ricevuta dal direttore, di lui non si hanno più tracce certe. La deduzione degli inquirenti, in base al contenuto delle lettere, è che il giovane sia scomparso con propositi suicidi, probabilmente a causa di uno stato di follia, e a nulla valgono le richieste di indagini più approfondite da parte della famiglia e di Enrico Fermi  (che tuttavia, essendo sposato con un’ebrea, a dicembre, dopo aver ritirato il Nobel, emigra negli Stati Uniti ).

Sciascia, rispolverando documenti d’archivio ed intervistatando persone che hanno o potrebbero aver incontrato Majorana, svolge un’indagine investigativa ricostruendo la sua versione di verità non solo dipingendo la figura dello scienzato ma, mi è parso, quasi cercando di immedesimarsi profondamente in lui, nella sua psiche e nel suo animo inquieto. Un giovane siciliano dalla mente brillante, capace fin da bambino di svolgere mentalmente, in pochi secondi, calcoli complicatissimi, giocatore di scacchi, “il più grande fisico teorico dei nostri tempi che deve essere annoverato fra la ristrettissima cerchia dei geni, accanto a Galilei e Newton”, come lo descrisse lo stesso Fermi. Majorana,  inizialmente iscrittosi ad ingegneria passa a fisica, nel gruppo dei “Ragazzi di via Panisperna” e si laurea nel 1929 con una tesi sulla teoria quantistica dei nuclei radioattivi; sempre piuttosto schivo, più incline al lavoro solitario che a quello di gruppo, modesto, critico, tanto da risultare ruvido, ma anche autocritico, nel 1933 si reca a Lipsia ove conosce e lavora con Werner Heisenberg, con il quale instaura un ottimo rapporto dissertando di scienza e di filosofia, incontro che rappresenta probabilmente per lui una svolta importante.

E mentre ci racconta il personaggio, Sascia narra anche la sua evoluzione in uomo afflitto da gastrite, che, tra il ’34 e il ’37 diviene sempre più chiuso, schivo, forse un po’ misantropo, meno incline a pubblicare e condividere; anni nei quali, sempre più lontano dalla vita sociale, approfondisce il suo interesse per temi filosofici ed in particolare per l’opera di Schopenhauer. La risposta a questa chiusura l’autore la trova nella “scelta”; Ettore ha compreso, prima di tutti gli altri, a cosa porteranno gli studi che stanno conducendo e sceglie, consapevolmente, di non voler contribuire a quella che sarà la scoperta scientifica più terribile, per l’impiego che ne verrà fatto, del ventesimo secolo. Una scelta morale dettata dell’etica e che porta ad una vita diversa, all’abbandono di una sicura fama in cambio di un mondo di pace, isolamento e riflessione;  il “gran rifiuto” che conduce alla libertà. E come può un tale genio, non riuscire ad approntare una messa in scena capace di nasconderlo per sempre agli occhi del mondo in perfetto parallelismo con Il fu Mattia Pascal di Pirandello, scrittore da lui molto amato?

«Chi, sia pure sommariamente, conosce la storia dell’atomica, della bomba atomica, è in grado di fare questa semplice e penosa constatazione: che si comportarono liberamente, cioè da uomini liberi, gli scienziati che per condizioni oggettive non lo erano; e si comportarono da schiavi, e furono schiavi, coloro che invece godevano di una oggettiva condizione di libertà. Furono liberi coloro che non la fecero. Schiavi coloro che la fecero»

Sciascia non affermò mai di avere raccontato la verità su Ettore Majorana e molti lo accusarono di aver contibuito, con questo suo libro, ad allontanare la letteratura dalla scienza. Può essere, quello che posso affermare è che a me, di sicuro, piace pensare che sia andata proprio così. Alla fine non è anche questo il bello della letteratura: poter immaginare e raccontare una speranza per l’essere umano?

FUGA NELLE TENEBRE di Arthur Schnitzler

Quale potrebbe essere, per ciascuno di noi, il percorso capace di trasformare lievi depressioni,  una vena di ipocondria, piccole manie ossessive-compulsive in veri e propri stati di follia? Viene da chiederselo leggendo Fuga nelle tenebre nel quale Schnitzler, con grande abilità ed utilizzando l’artificio narrativo del monologo interiore, ripercorre, in un crescendo angustiante, l’evoluzione dell’ossessione di Robert e delle tragiche conseguenze da essa derivanti.

L’ossessione del protagonista, che inizialmente appare come il germe di un seme che si manifesta attraverso piccole paure e segnali quali il tremare di una palpebra, lentamente si sviluppa ed evolve prendendo forma di idee, immagini e convinzioni persistenti e via via sempre più indipendenti dalla sua volontà e dai tentativi di allontanarle. E così attecchisce l’idea paranoica ed il subconscio prende il sopravvento ed annienta tutto ciò che è raziocinio e coscienza facendo perdere a Robert la consapevolezza della propria identità.

La grande Vienna di inizio novecento a fare da sottofondo con la sua ricchezza culturale ed artistica ed una scrittura avvincente  che attanaglia in un crescendo a volte soffocante ed opprimente.

Un’ultima riflessione. Non ho amato il protagonista ed ho provato per lui pietà ma non compassione: l’ho trovato indolente, superficiale, fondamentalmente anaffettivo, forse non con il fratello ma certo con le donne della sua vita, incapace di empatia e concentrato esclusivamente su se stesso, una disponibilità economica che gli consente di non dover pensare alla propria sopravvivenza e di indulgere pigramente in pensieri egocentrici.

“La mia esistenza era segnata fin dall’inizio? Oppure ho avuto qualche volta la scelta fra debolezza e forza, salute e malattia, chiarezza e confusione? Ma poi era già tutto deciso? No. All’improvviso seppe con certezza di avere tutt’ora la possibilità di una scelta; ma certo non più per molto…”

Ecco, io credo che, contrariamente a molti che scelta non hanno, per Robert non sia così e che quello che lo porta, in ultimo, a varcare la soglia della follia sia proprio la scelta di continuare ad indulgere esclusivamente nel pensiero di sé.

GUERRA E PACE Lev Tolstoj

Caro Lev,
ho appena terminato di ascoltare il tuo capolavoro dalla voce di un ottimo narratore, Moro Silo. E così siamo a tre, due letture ed un ascolto, non puoi dirmi che non ti ho dato tutta la mia attenzione.

Sai, a me piace molto scrivere recensioni relative a ciò che leggo ma, nel tuo caso, è davvero impossibile: sono stati scritti fiumi di parole da gente ben più colta ed esperta di me su questo argomento e, per quanto riguarda la trama, non ci crederai, oggi esistono sistemi rapidissimi dai nomi assurdi tipo Wikipedia che ti raccontano, in circa due pagine, quello che tu hai impiegato otto anni a scrivere in circa duemila. Quindi opto per questa epistola per esprimerti le mie impressioni e perplessità, almeno, se dirò qualche corbelleria, rimarrà tra noi e non sarò assoggettata a fustigazione.

In realtà “Guerra e pace” lo avevo letto la prima volta intorno ai 18 anni o, almeno, ne ero fermamente convinta fino alla seconda rilettura; ora credo di poter affermare che allora, con quella scarsa onestà intellettuale di cui ero dotata in età adolescenziale, non “lessi” proprio tutto il libro, ma saltellai allegramente tra le righe degli immensi volumi selezionando le parti a me più affini, che, con il senno di poi, suppongo non furono moltissime.


Ricordo che allora pensai che di pace, in tutte quelle righe, ce ne fosse davvero poca mentre ora mi sento ti interpretare il tuo titolo in maniera completamente diversa convinta che non si riferisca soltanto agli eventi bellici descritti ed ai periodi storici di intervallo tra gli stessi ma anche al complesso percorso di alcuni personaggi, primi tra tutti Pierre, Andrei e, a suo modo Natascia, attraversati da colossali conflitti interiori. Si, è vero, in quest’ottica, mi sei apparso molto più “umano” anche tu.


Mi sono immersa nel tuo testo con dedizione assoluta e grande costanza e l’ho gustato appieno, senza lasciarmi spaventare dai nomi, soprannomi, patronimici di voi russi che sembrano fatti apposta per confondere le idee. Ho adorato il tuo linguaggio: solenne nelle narrazioni delle battaglie, suggestivo nella descrizione dei paesaggi ed estremamente profondo nelle riflessioni dei personaggi e sono ora convinta che gli storici possano descrivere gli eventi ma che tu sia stato capace di costruire un romanzo da vivere aprendo una porta al lettore e rendendolo partecipe in prima persona di quegli stessi eventi.


Avrei solo due piccoli appunti da farti:
1) “L’epilogo parte seconda”, interamente dedicato alla filosofia della storia con sconfinamenti nella teologia, nella filosofia del diritto e nella cosmologia era davvero necessario? Stiamo parlando di una sessantina di pagine caro, mica bazzecole! Ho trovato il tuo accanimento ossessivo e ripetitivo e posso affermare che hai messo a durissima prova la mia pazienza tentandomi a riprendere l’abitudine adolescenziale del “salto a piedi pari”.
2) Non è che sei un filo misogino? Nulla da dire sulla descrizione, dipingi personaggi femminili talmente reali che, a volte, ti sembra di vederli seduti accanto a te durante la lettura, però, diciamocela tutta, le tue donne sono terribili e fanno spesso fini raccapriccianti; vero è che suicidarsi non è forse il massimo, ma anche diventare grassa e sciatta ed avere come unico scopo nella vita quello di allattare figli ed attendere che il marito ritorni non mi sembra il massimo dell’esaltazione…


Senza offesa, infine, non ho colto, attraverso i tuoi personaggi, come già mi era successo leggendo altri tuoi libri (Anna Karenina compreso), la viscerale passione che anima quelli descritti dal buon Dostoevskij: è sempre un po’ come se tu guardassi anche la parte più intima dell’uomo in modo distaccato e quindi, pur vedendo realmente le persone attraverso i tuoi occhi non ho sentito nello stomaco il loro tormento. Non prendertela, pertanto, se Fëdor rimane ancora, e sempre, il mio preferito.

SOGNI DI SOGNI di Antonio Tabucchi

Questo gioiellino in 86 pagine me lo regalò una cara amica al termine della nostra convivenza in un minuscolo appartamento Milanese. Appena laureate, i primi anni di lavoro, pochi i soldi e moltissimi gli entusiasmi. Trascorrevamo le serate a mangiare e chiacchierare, scambiandoci libri ed impressioni sulla vita. Che dire? E’ li, sul comodino, e ogni tanto, come questa sera, mi concedo un piccolo sogno tra quelli di Dedalo, Ovidio, Apuleio, Cecco Angiolieri, Villon, Rabelais, Caravaggio, Goya, Coleridge, Leopardi, Collodi, Stevenson, Rimbaud, Čechov, Debussy, Toulouse-Lautrec, Pessoa, Majakovskij, García Lorca, Freud.

E sorrido.

LA STAZIONE di Jacopo De Michelis

Non so in base a quali criteri voi scegliate i libri, il mio varia moltissimo in quanto sono piuttosto “onnivora” per cui posso farmi condizionare dall’umore del momento, seguire consigli o suggerimenti altrui, farmi cogliere da una caduca infatuazione  per un certo autore o persistere nella devozione assoluta per altri. Cosa mi abbia spinto a leggere la Stazione so invece dirlo benissimo: solo l’immagine di copertina e la certezza che si trattasse proprio della mia stazione. Mia, naturalmente, non nel senso letterale del termine ma affettivo, perché quell’immagine rappresenta per me il luogo in cui mio nonno ha lavorato tutta la vita come ferroviere, a fianco della quale ho vissuto per qualche anno e dalla quale sono transitata come pendolare per almeno un decennio. Banale? Forse. Ma, e mi rendo conto di non fare un grande complimento al mio cervello scrivendolo, le migliori scelte della mia vita sono state quelle che mi ha consigliato la pancia ragione per la quale, tendenzialmente, mi fido di lei.

È così che mi sono trovata immersa e travolta in questa storia, senza via di fuga, insultando a tratti il povero autore che mi teneva avvinta al testo mentre le ore residue di sonno diminuivano inesorabilmente.

Raramente racconto la trama nelle mie recensioni, tanto si può leggere ovunque, mentre il loro scopo è quello di condividere le sensazioni e, se il cielo vuole che sia incappata nel libro giusto, le emozioni nonché di ricordarmele negli anni a venire.

La mia sensazione all’inizio della lettura è stata la seguente: “questo autore mette troppa carne al fuoco, affronta troppe tematiche, si cimenta in intrecci pericolosi, non potrà reggere e rimanere credibile” (petulante e saccente, è così che mi definisco quando faccio così).

Ho sbagliato (e generalmente questa parola la dico un po’ come il buon vecchio Fonzie, con gran fatica), anzi, ho sbagliato alla grande: a mio parere De Michelis ce la fa benissimo e crea un libro che è qualcosa di nuovo, contemporaneamente thriller, noir, avventura, fantasy metropolitano risultando, ciò nonostante, sempre coerente e credibile.  Innumerevoli e sorprendenti colpi di scena, e mai la sensazione di leggere un passaggio superfluo. Personaggi realistici, non banali. Un libro scritto magistralmente, senza fronzoli: un imponente puzzle di parole dove ogni tassello trova alla fine il suo posto. Ed è così che l’inverosimile appare alla fine plausibile.

Quindi, che altro dire: non soffermiamoci alla superficie, guardiamo oltre perché ci sono le luci, le ombre, e l’invisibile ma ciò che appare luce può essere ombra e viceversa. Non sempre ciò che vediamo è davvero tutto quello che c’è da vedere.

LA TRADUZIONE di Silvano Ceccherini

“Non abbiamo mai avuto molta fiducia nella letteratura dei non letterati, ma una volta tanto abbiamo avuto torto, torto marcio” (Giorgio Bassani commentando “La Traduzione”).

Ritrovarmi tra le mani questo libro è stato un po’ come scoprire un piccolo gioiello dimenticato in mezzo a molta paccottiglia in una bancarella d’antiquariato. Non avevo mai sentito parlare di Silvano Ceccherini: mi sono imbattuta per la prima volta nel suo nome sfogliando il sito di Amazon e, incuriosita dalla sinossi de “La traduzione”, ho cercato altre informazioni scovando solo qualche sommaria indicazione biografica su Wikipedia e poche recensioni, sufficienti, tuttavia, ad avvicinarmi alla lettura del suo romanzo riedito da Eliot nel 2013 a cinquant’anni dalla prima edizione. Iniziato il libro mi sono immersa nel testo e mi è subito sorta spontanea una domanda ossia come fosse possibile che di Ceccherini io non avessi mai trovato traccia o riferimenti a scuola, nelle librerie, sul web; più leggevo e più mi appariva impossibile che un simile autore fosse stato dimenticato nell’arco di così pochi anni nonostante il valore letterario del suo romanzo risultasse inconfutabile persino ad una lettrice inesperta come me. Silvano Ceccherini, livornese nato nel 1915, fu anarchico, rapinatore e bandito e, per quanto sono riuscita a capire, nella sua biografia non ci sono punti fermi fatta eccezione per gli scritti e le pene elencate nel casellario giudiziario. Trascorsi alcuni anni nella legione straniera egli prestò servizio per la Regia Marina, ove fu condannato a cinque anni per aver picchiato un ufficiale; fuggito, fu catturato e condannato a 18 anni che scontò in numerose carceri italiane. Il testo, dal titolo a mio parere già di per sé geniale, narra in prima persona il trasferimento (la traduzione, appunto) di Olgi Valnisi, detenuto malato di cuore, dal carcere di Civitavecchia a quello di Saluzzo. Nonostante siano evidenti le tragiche esperienze autobiografiche dell’autore il libro non è un diario, non una confessione, non un memoriale ma un romanzo nella più classica accezione del termine. Il protagonista rispecchia l’ambizione letteraria dell’autore che si evince dal linguaggio utilizzato, estremante raffinato e ricercato. Attraverso le parole, molte delle quali desuete ed inusuali nello scrivere comune tanto che, confesso la mia ignoranza, ho dovuto far spesso ricorso all’uso del vocabolario, si coglie lo studio condotto usando come testi di riferimento i grandi classici della letteratura e della poesia ed i contemporanei di Ceccherini; ciò nonostante, il tessuto stilistico che prende vita appare assolutamente personale con una consistenza reale e cruda nella sua ricercatezza. Nasce così un romanzo povero di avvenimenti, completamente incentrato su un viaggio che non è solo fisico, all’interno di vagoni cellulari roventi sotto la calura estiva, carceri di sosta e furgoni blindati, ma anche un percorso mentale ed introspettivo del protagonista che “ha vinto il terrore della morte ma non l’amore per la vita”. Quello che interessa a Olgi è mantenersi uomo tra uomini che hanno dimenticato di esserlo, respirando la vita tramite libri, parole e ricordi, osservando gli scorci del mondo che ancora gli sono concessi attraverso occhi speciali, siano essi piccole fessure nelle feritoie delle carrozze ferroviarie oppure un rozzo cannocchiale artigianale da utilizzare clandestinamente dalle finestre del carcere, terminando il proprio romanzo scritto e sofferto, tra piccoli quaderni dalla copertina nera e fogli di carta igienica, nelle notti insonni che non sembrano mai finire. Paesaggi, persone, memorie e racconti seguono il viaggio nel quale non si colgono accuse nei confronti dell’uomo: le guardie non sono particolarmente odiose e malvagie, solo persone che svolgono il proprio lavoro, i compagni di viaggio, con cui egli interagisce a diversi livelli, sono esseri umani per ognuno dei quali la riflessione corretta da fare non è “chissà cosa ha fatto” bensì “chissà chi è”. Olgi non recrimina, non desidera fuggire, non prova rabbia se non nei confronti del desiderio impossibile di una donna che persiste nel coglierlo prepotentemente; in perpetua oscillazione tra la voglia di morire e quella vita che continua a pulsare, sfida perenne alla razionalità, giungerà al termine del viaggio ed alla propria verità regalandoci un libro davvero bellissimo.

Fiore di roccia di Ilaria Tuti

Non avevo mai letto nulla di Ilaria Tuti e devo dire che “Fiore di roccia” mi è piaciuto moltissimo per due motivi: la sostanza e la forma. In primo luogo, questo romanzo mi ha permesso di conoscere una storia a me non nota, ossia quelle delle Portatrici carniche, donne che tra l’agosto del 1915 e l’ottobre del 1917, sfidando fatiche immani e pericoli continui, accolsero la richiesta rivolta alla popolazione dal Comando Logistico di Zona sacrificando sé stesse, gli affetti e, in alcuni casi, la vita trasportando ogni giorno le proprie gerle riempite di viveri, farmaci e munizioni sulla prima linea del fronte. Donne giovanissime, ancora ragazzine e donne quasi anziane, tutte insieme, per i loro uomini e per la Patria, valicando le montagne, di cui erano ataviche frequentatrici e conoscitrici, superando dislivelli di oltre mille metri in un percorso di circa quattro ore e con pesi sulle spalle varianti dai 30 ai 40 chilogrammi; arrivate in cima, dopo pochi minuti di riposo, riprendevano la via del ritorno, verso i bambini, gli anziani e gli animali da accudire, spesso trasportando soldati feriti o cadaveri a valle. Donne solide, impavide, uniche protettrici del loro territorio, forti e valorose tanto da essere presto riconosciute come tali dagli stessi soldati e dal Comando venendo a costituire, a tutti gli effetti, un vero e proprio Corpo di ausiliarie. Donne che, per due anni, sostituirono i muli nel trasporto dei beni necessari al fronte in un territorio impervio, per buona parte dell’anno innevato, vedendo nel loro atto una missione e in ogni soldato un fratello, un marito, un padre, un figlio.
E qui arrivo al secondo motivo per cui ho apprezzato questo libro ossia la scrittura: dura, potente, precisa, accurata. Non ci sono parole fuori posto, nessuna ridondanza, le parole ricercate ma perfette, a mio parere, per l’ambientazione ed il tipo di racconto, i periodi brevi ed estremamente curati, mi hanno lasciato un’immagine fotografica e, talvolta, l’impressione di essere lì, con queste donne, ad arrampicarmi tra le rocce con le gonne appesantite dall’acqua e dal gelo, le spalle tagliate dal peso della gerla, le leggere scarpe di panno, la paura dei cecchini. Camminare a fatica, con la fame ed i propri pensieri, le riflessioni sulla vita, su quella guerra assurda dove gli uomini, al di qua e al di là del fronte, sarebbero identici se non per i diversi colori delle divise come nella “Guerra di Piero” di De André ove guerra è tutto quello che sta attorno ma anche lo stato d’animo di ognuno.
Una stella alpina per ciascuna portatrice lasciata dai soldati con una sorta di rispettosa timidezza “È questo che siete. Fiori aggrappati con tenacia a questa montagna. Aggrappati al bisogno di tenerci in vita.”
Ho letto da qualche parte che questo è un romanzo “femminile”; trascurando l’assurdità che possa avere dal mio punto di vista questo genere di affermazione credo invece che questo libro dovrebbe essere letto da molte donne, per riscoprire la forza che sta in loro, e, aimè, da molti uomini che, a distanza di più di un secolo dai fatti narrati, ancora non riescono a vedere le donne come esseri a loro paritari e degni di rispetto.

I fratelli Ashkenazi di Israel J. Singer

Quando scoprii Israel Joshua Singer, fratello dell’allora più famoso Isaac Bashevis cui fu assegnato il Nobel per la letteratura nel 1978, divorai, uno dopo l’altro, alcuni dei suoi libri tra i quali “Yoshe Kalb” , “La famiglia Karnowski” e “I fratelli Ashkenazi”. Oggi, che il molto tempo trascorso in viaggio e la ricca offerta mi consentono il lusso di ritrovare, per mezzo di audiolibri, testi così impegnativi che non avrei il tempo di rileggere, ho ascoltato questo meraviglioso libro dalla voce di Moni Ovadia e, posso assicurarlo, non è stata affatto un’esperienza banale. Sarebbe superficiale ascrivere questo romanzo alla categoria delle saghe familiari poiché, nonostante vi si narrino le vite dei figli gemelli di Reb Abraham Hirsh Ashkenazi, ebreo chassidim, tale racconto serve, in realtà, a dipingere con grande maestria molto altro a partire dalla vita della cittadina polacca di Lodz, dalla sua trasformazione da villaggio a grandissimo centro dell’industria tessile sino al suo tramonto lungo un arco temporale di quasi un secolo e, con essa, l’ascesa e la decadenza borghese di famiglie ebraiche polacche. Così, scrivere delle alterne fortune dell’intelligente ed ambizioso Simcha Meyer e del fortunato ed affascinante fratello Jacob Bunim sembra essere per lo scrittore lo stratagemma per divenire acritico cronista della Storia della Polonia vista attraverso gli occhi dei mille personaggi che la popolano o che ad essa, in modo diverso, sono legati; seguendo la storia dei fratelli Ashkenazi, parallelamente all’evolversi della società industriale, si seguono i mutamenti di una generazione di ebrei chassidici cresciuti, come da tradizione, tra matrimoni combinati, con donne relegate a figure assolutamente inferiori, barbe, payot, scialli rituali, studio del Talmud, yiddish masticato in alternanza al tedesco ed il sabbath con le sue rigide regole osservate o furbamente aggirate, mutamenti che li traghettano verso un distacco dall’ortodossia in favore di un’identità borghese moderna ed europea. Ed insieme a loro, intorno a loro, cambia il mondo passando dalla seconda rivoluzione industriale fino alla crisi del ’29 così che “I fratelli Ashkenazi” diviene al contempo un romanzo storico e politico nonché una denuncia delle grandi discriminazioni subite dagli ebrei e dei terribili progrom; perché la complessità di questo libro consente di narrare, parallelamente alla vita dei protagonisti, quella di milioni di altre persone affannate a sopravvivere, rinascere, rivendicare le proprie convinzioni tra la fine dello zarismo, la nascita e la caduta dell’imperialismo del secondo reich e la nascente coscienza del proletariato. Un’opera ciclopica ed affascinante. Ciò che ho sempre trovato grande nella scrittura di Singer è la sua lucidità, l’autoironia che gli consente di osservare con distacco le sue radici ed il suo popolo senza indulgere in falsità e riuscendo ad evidenziare sia l’incubo perpetuo di quell’abisso che è l’antisemitismo sia i vizi, la cupidigia, l’alterigia, il bigottismo e la miopia sociale degli ebrei del suo tempo. E, in tutto questo, la lettura di Moni Ovadia riesce a rendere ancora più brillante quello che, secondo me, è davvero un gioiello; la recitazione, le cantilene, il ritmo regalano vera magia.

L’ultima notte di Antonio Canova di Gabriele Dadati

L’ultima notte di Antonio Canova narrata in questo libro si protrae dal 10 ottobre 1822 fino alle sette e quarantatré minuti di domenica 13 ottobre, quando il maestro muore a Venezia, liberatosi dal senso di colpa che lo ha lungamente afflitto grazie al racconto fatto al fratellastro Giovanni Battista Sartori cui affida, in un momento di intimità possibile solo tra due persone che hanno un legame di affetto reale e profondo, la sua confessione ed i suoi più importanti ed intimi ricordi. In una narrazione a ritroso, che sposta più volte l’asse temporale, il grande poeta del marmo ritorna così a diversi momenti della sua vita, dall’infanzia vissuta orfano di padre ed abbandonato dalla madre con un nonno violento, al suo apprendistato come scalpellino, al sogno di un amore, fino al cuore reale della storia, al 1810, anno in cui egli fu chiamato a Fontainebleau alla corte di Napoleone per realizzare il ritratto della nuova regina, Maria Luisa d’Austria. Il Bonaparte, al massimo del suo potere, che vuole un erede ad ogni costo, l’”Austriaca”, ancora ragazzina, costretta dalla ragione di Stato a sposare colui che fin da piccina ha imparato a considerare il mostro, il cannibale, l’anticristo e lui, lo scultore più famoso ed ambito del tempo, uomo semplice, dolce e profondo, lontano dal mito che il tempo e le sue opere ci hanno restituito. Dadati, narrando con grazia fatti che non so dire quanto reali e quanto di finzione ma che, di sicuro, portano con sé una certa suspence, una sorta di “giallo” che incuriosisce ed avvince, ha avuto la capacità di coinvolgermi dipingendo personaggi notissimi con luci ed ombre particolari, con un’umanità, nel bene o nel male, molto più profonda ed intima di quanto si possa apprendere dai libri di storia. Una scrittura limpida, sincera, senza fronzoli ed orpelli, adatta al tempo narrato ma mai didascalica o opprimente. Quale potrà essere l’eredità di un uomo che ha dedicato la sua vita all’arte? Nello struggente finale, in parte, la risposta.

In ogni caso nessun rimorso di Pino Cacucci

Sono molto affezionata a questo libro, lo lessi tanti anni fa suggerito da una persona che mi aiutò a vedere molte cose della vita da un punto di vista differente da quello, un po’ troppo inquadrato forse, al quale ero allora abituata. L’ho riascoltato di recente in formato audiolibro riprendendo in mano il testo per assaporarne alcuni passaggi e, di nuovo, non mi ha deluso. “Era la felicità che avevo inseguito per tutta la vita […] La felicità che mi era sempre stata negata, avevo il diritto di viverla quella felicità. Non me lo avete concesso. E allora, è stato peggio per me, peggio per voi, peggio per tutti. Dovrei rimpiangere ciò che ho fatto? Forse. Ma non ho rimorsi. Rimpianti sì, in ogni caso nessun rimorso”. Questo scriveva Jules Bonnot, questo riporta Cacucci per introdurci al racconto delle vicende dell’uomo, considerato ai primi del 1900 l’anarchico più pericoloso di Francia e, da lì in poi, ognuno segue la sua strada perché, a mio parere, la vera forza della scrittura di Cacucci sta nel riuscire a narrare una storia vera, avvincente, tragica ed affascinante senza tuttavia emettere giudizi e lasciando al lettore libertà di pensiero e di interpretazione. Già perché leggendo non possiamo non renderci conto che non si tratta solo di una storia vera, non si tratta soltanto di imparare quali fossero le radici della filosofia anarchica tra la fine dell’800 ed i primi del ‘900 ed in che modo essa progredì e fu soppressa, non si tratta soltanto di leggere la storia affascinante di Bonnot, anarchico, ladro e poi anche assassino, primo nella storia ad organizzare rapine utilizzando un’automobile, autista personale, per un certo periodo, niente di meno di Sir Arthur Conan Doyle, ma si tratta di fare una scelta, guardando in noi stessi per capire da che parte stiamo. Bonnot è un delinquente sanguinario, ha fatto la fine che meritava, questa potrebbe essere una scelta; e non ha importanza se sia diventato così a causa di una vita misera, di continui soprusi, del desiderio di rivincita, non ha importanza se in due occasioni in cui è stato sfiorato dall’amore, da quella “felicità che avevo inseguito per tutta la vita” ha pensato di potersi fermare. Ma Jules non è nato solo con la sfortuna di essere un povero, uno sfruttato, un uomo senza possibilità (mi viene in mente George, in “Uomini e topi di Steinbeck) è nato anche intelligente e con l’incapacità di rassegnarsi all’ingiustizia. E, pensando a questo, a me viene il desiderio di spostare il mio punto di vista per cercare di capire di più perché Bonnot è il risultato di una società ingiusta che costringe una maggioranza alla sofferenza ed alle catene, che la priva non solo di un futuro ma anche del suo sogno “Si chiese per quale oscura macchinazione del destino nascono uomini diversi dagli altri, da tutti quelli che rimangono a capo chino fino all’ultimo dei loro giorni, in una rassegnazione muta, che rende quei giorni uguali e le notti inesistenti. Si chiese perché a qualcuno tocchi in sorte di non trovare pace ogni volta che tramonta il sole, dannato dall’attesa di un’alba che arriva sempre troppo presto, pronta a dimostrare che ogni oggi sarà peggiore di ogni ieri”. Così mi trovo a domandarmi se condannerei qualcuno che lotta in questo modo per il suo futuro e per una società più giusta, che lotta con gli strumenti che ha a disposizione contro l’oppressione sociale e la diseguaglianza perché è facile, quando si ha tutto e si vive liberi ergersi a giudice e, in tutta sincerità, non sono in grado di darmi una risposta.