È possibile, leggendo un saggio, percepire la suspance ed il phatos di un romanzo giallo o sentirsi come quando, tanti anni prima, si era gustato Il mistero di Marie Roget, bellissimo racconto di Edgar Allan Poe, in cui lo scrittore, partendo da un cruento fatto di cronaca e basandosi esclusivamente sulle notizie trovate sui giornali dell’epoca, tenta di risolvere il caso in modo che la verità letteraria possa indicare la via alla verità giudiziaria? Lo è se il saggio è stato scritto da Leonardo Sciascia, “poliziotto di Dio”, come è stato definito dall’amico Gesualdo Bufalino; lo è se si tiene per le mani un testo che ha la forza dirompente della ricerca della verità dei fatti in contrapposizione alle sovrastrutture sociali che hanno determinato la verità storica in un ibrido, sempre perfettamente equilibrato, tra giallo, inchiesta, saggio sociale e riflessione filosofica.
La vicenda è nota: Ettore Majorana ha 32 anni e da pochi mesi è stato nominato professore di Fisica teorica per meriti eccezionali presso l’Università di Napoli. Il 25 marzo del 1938, dopo aver inviato una lettera al direttore del suo istituto, averne lasciata un’altra per la famiglia, prelevato una somma considerevole di denaro e preso il passaporto, si imbarca sul piroscafo che fa servizio da Napoli a Palermo e da quel momento in poi, a parte un’altra lettera ricevuta dal direttore, di lui non si hanno più tracce certe. La deduzione degli inquirenti, in base al contenuto delle lettere, è che il giovane sia scomparso con propositi suicidi, probabilmente a causa di uno stato di follia, e a nulla valgono le richieste di indagini più approfondite da parte della famiglia e di Enrico Fermi (che tuttavia, essendo sposato con un’ebrea, a dicembre, dopo aver ritirato il Nobel, emigra negli Stati Uniti ).
Sciascia, rispolverando documenti d’archivio ed intervistatando persone che hanno o potrebbero aver incontrato Majorana, svolge un’indagine investigativa ricostruendo la sua versione di verità non solo dipingendo la figura dello scienzato ma, mi è parso, quasi cercando di immedesimarsi profondamente in lui, nella sua psiche e nel suo animo inquieto. Un giovane siciliano dalla mente brillante, capace fin da bambino di svolgere mentalmente, in pochi secondi, calcoli complicatissimi, giocatore di scacchi, “il più grande fisico teorico dei nostri tempi che deve essere annoverato fra la ristrettissima cerchia dei geni, accanto a Galilei e Newton”, come lo descrisse lo stesso Fermi. Majorana, inizialmente iscrittosi ad ingegneria passa a fisica, nel gruppo dei “Ragazzi di via Panisperna” e si laurea nel 1929 con una tesi sulla teoria quantistica dei nuclei radioattivi; sempre piuttosto schivo, più incline al lavoro solitario che a quello di gruppo, modesto, critico, tanto da risultare ruvido, ma anche autocritico, nel 1933 si reca a Lipsia ove conosce e lavora con Werner Heisenberg, con il quale instaura un ottimo rapporto dissertando di scienza e di filosofia, incontro che rappresenta probabilmente per lui una svolta importante.
E mentre ci racconta il personaggio, Sascia narra anche la sua evoluzione in uomo afflitto da gastrite, che, tra il ’34 e il ’37 diviene sempre più chiuso, schivo, forse un po’ misantropo, meno incline a pubblicare e condividere; anni nei quali, sempre più lontano dalla vita sociale, approfondisce il suo interesse per temi filosofici ed in particolare per l’opera di Schopenhauer. La risposta a questa chiusura l’autore la trova nella “scelta”; Ettore ha compreso, prima di tutti gli altri, a cosa porteranno gli studi che stanno conducendo e sceglie, consapevolmente, di non voler contribuire a quella che sarà la scoperta scientifica più terribile, per l’impiego che ne verrà fatto, del ventesimo secolo. Una scelta morale dettata dell’etica e che porta ad una vita diversa, all’abbandono di una sicura fama in cambio di un mondo di pace, isolamento e riflessione; il “gran rifiuto” che conduce alla libertà. E come può un tale genio, non riuscire ad approntare una messa in scena capace di nasconderlo per sempre agli occhi del mondo in perfetto parallelismo con Il fu Mattia Pascal di Pirandello, scrittore da lui molto amato?
«Chi, sia pure sommariamente, conosce la storia dell’atomica, della bomba atomica, è in grado di fare questa semplice e penosa constatazione: che si comportarono liberamente, cioè da uomini liberi, gli scienziati che per condizioni oggettive non lo erano; e si comportarono da schiavi, e furono schiavi, coloro che invece godevano di una oggettiva condizione di libertà. Furono liberi coloro che non la fecero. Schiavi coloro che la fecero»
Sciascia non affermò mai di avere raccontato la verità su Ettore Majorana e molti lo accusarono di aver contibuito, con questo suo libro, ad allontanare la letteratura dalla scienza. Può essere, quello che posso affermare è che a me, di sicuro, piace pensare che sia andata proprio così. Alla fine non è anche questo il bello della letteratura: poter immaginare e raccontare una speranza per l’essere umano?









