Lei è una strana donna che si nutre di emozioni e vive di contraddizioni. Ha fatto tanta strada, mille passi, poi altri mille; alcuni in discesa, molti in salita, talvolta con i polmoni spalancati, altri in affanno, altri ancora quasi in apnea. E’ strana davvero questa donna, alla continua ricerca di sé osserva il mondo con i suoi occhi cercando di adattarli ad esso per capirlo un po’ meglio, senza mai riuscirci. Ha un umore mutevole, un po’ come le nuvole del cielo passa dal candore sorridente al grigio malinconico, al temporale estivo, al nero della tempesta; ama la vita in tutte le sue forme, anche le più dolorose, ma la vita non la capisce e rincorre pensieri che cambiano con lei. E’ moderna questa donna, nella sua vita reale, ma dentro è un cimelio antico e conserva nel cuore scatole di latta piene di immagini in bianco e nero e ninnoli colorati che non cambiano mai. Legge parole di altri e ne scrive di sue, questa strana donna, annodando e srotolando concetti senza mai renderli compiuti, un po’come Penelope con la sua tela. Ha una piccola macchina fotografica questa strana donna; lei sa benissimo che è un oggetto antico e che la qualità delle sue immagini non reggono il confronto con tanti telefoni di ultima generazione ma, attraverso il suo obiettivo, le sembra di poter scorgere luci ed ombre di sé, quasi come se l’inquadrare qualche cosa, prima dello scatto, l’accompagnasse nel suo infinito percorso di crescita e di ricerca. L’altra sera questa strana donna ha avuto da sua madre la macchina fotografica che papà le aveva regalato per i suoi settant’anni e che ha accompagnato i momenti gioiosi dei loro ultimi anni prima che lui se ne andasse. La strana donna chiude gli occhi e, sorridendo, li rivede, nella piccola stanzetta, fianco a fianco, lei, l’artista, a dire quali scatti conservare e quali modificare, lui, il tecnico, davanti al PC, a cimentarsi in una tecnologia nuova per entrambi tra contrasti, ritagli e chiavette USB. Da oggi la sua piccola macchina fotografica resterà nel cruscotto dell’automobile pronta a cogliere un attimo che sarebbe un peccato perdere ma si dovrà rassegnare a lasciare il posto d’onore alla nuova compagna perché quest’ultima porta con sé talmente tanti ricordi ed amore che la strana donna è convinta l’aiuterà a vedere cose fino ad ora non viste.
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Fioritura
È strano come, in particolari situazioni, sia davvero difficile avere percezione del tempo e del sé. In queste prime settimane di clausura forzata ho fatto fatica ad avere una vera consapevolezza dello scorrere delle giornate; le mie passioni apparivano troppo distanti dalla mente e dall’anima che, a loro volta, sembravano capaci di sopire parzialmente la perenne sensazione di ansia, solitudine ed indefinito soltanto con la musica ed il lavoro. Da qualche giorno, però, le cose stanno cambiando; la primavera mi ha riportato la voglia di scrivere, leggere, disegnare quei caratteri cinesi che mi trasportano, ogni volta, in un altro mondo. La primavera mi sta riconsegnando la me che può rifiorire anche in questo momento, nell’attesa di riabbracciare i miei affetti e nella speranza che il mondo possa riacquistare pace e libertà.
Attimi
Ci sono attimi che giungono,
come acquazzoni d’estate,
violenti ed inattesi,
e poi se ne vanno,
altrettanto spediti,
liberando il pensiero
ed abbandonando ricordi
di emozioni libere
da ogni progetto,
di aria sospesa tra labbra stupite,
di echi di tempi mai stati,
di mani fluttuanti
in un mare di pace e di fuoco,
di dita congiunte in labili nodi ,
di gusto di vita ed ancestrali umori
spremuto ed assaporato,
di atavico profumo
che, come dardo di fuoco,
trafigge la mente
infiammando l’anima,
di occhi ridenti
rapiti in esplorazioni curiose,
di parole sussurrate
tra sorrisi profondi,
di complicità inaspettate
che non mi disturbino altri pensieri
…nonostante tutto
ancora una volta
oggi voglio vivere l’attimo

Gentilezze
Mi scoppia la testa; me ne sarei stata in casa ma mi sono dovuta arrendere a fare un giro in farmacia prevedendo che il fai da te erboristico questa volta non potrà funzionare. Qualche arancia, vitamina C, mi sono detta entrando al supermercato, senza riflettere sul fatto che sia sabato pomeriggio. Con il mio misero cestello sono subito dietro all’anziana signora e dietro a me, in una frazione d’attimo, si materializza un’orgia dantesca di carrelli straripanti, adulti vocianti e ragazzini urlanti, una coda assordante. Sono a pezzi, barcollo, ma resto in equilibrio e già questo mi consola. Bib, bip, bip…”signora, non ha prezzato le pere…, va a pesarle o le lascia?”. “Mi servono!”. Agguanta il bastone, che non avevo visto appoggiato al banco e fa per girarsi. La coda incomincia a sussultare come un cobra molto incazzato e io mi immagino la vecchierella ingurgitata a mo’ di topolino. “Vado io, non si preoccupi”, prendo il sacchetto dalle mani della cassiera, volo al reparto ortofrutta con le poche energie che mi restano e torno indietro prima che la cassiera abbia finito di passare allo scanner il resto della spesa. “Grazie”, dice lei. “Ero capace anche da sola!” dice l’anziana signora con uno sguardo che mi fa pensare che avrei proprio dovuto lasciarla ingoiare.
Ali
Caro amico,
dopo il nostro logorroico dissertare di Cast Away, come spesso accade, ho continuato a pensare a quella discussione che aveva fatto rinascere in me antichi ricordi; non considerai mai quel film un capolavoro ma ebbi modo di rivederlo proprio nei giorni successivi a quello che, ritengo, sia stato il mio primo vero naufragio e fu stimolo importante per me, come spesso accade in vari periodi della vita con qualche cosa in cui mi imbatto e che mi esorta a nuovi pensieri e riflessioni. Proverò a raccontarti le sensazioni che provai, il percorso che feci; la comunicazione tramite le parole scritte, mi aiuta a riprendere il mio cammino mantenendo il buono conquistato, ed è quasi certamente per me un mezzo per ri-conoscermi e ri-trovarmi.
Rammento che seguii quel film, quasi riflettendomi in uno specchio, rinvenendo nella sua storia, nella musica e nella splendida fotografia una parte di me e, con essa, sollievo per la mia anima. Non so se sia più o meno usuale avvalersi di film o libri per ritrovare parti di sé; forse sono solo percorsi canonici che ciascuno di noi, in un momento o nell’altro della propria vita, si trova a fare, seguendo vie differenti ma comunque sempre al solo scopo di perseguire la propria “guarigione”.
Come accadde per Chuck il mio non fu un dolce ammaraggio ma un vero e proprio schianto, un’improvvisa e devastante crisi esistenziale che, nello stupore generato da ogni evento inatteso, tutto stravolge generando paure, insicurezze, amplificando la percezione delle fragilità, un senso improvviso di mancanza di fiato, il non sentirsi la terra sotto i piedi, la sensazione di aver perso tutto e di dover ricominciare da capo, da soli, senza mezzi e con scarse possibilità. No, non mi trovavo su di un’isola deserta, ma sentivo la necessità di isolarmi dal mondo frenetico che mi circondava, di crearmi la mia capanna, procacciarmi il cibo, che nella vita precedente non era mia priorità cercare; la voglia di vivere nonostante tutto, aggrappandomi alla mia famiglia, unica terra ferma incontrata, ed iniziando un periodo di distacco, introspezione, catarsi, forse purificazione.
Avevo con me una fotografia, non era quella di un uomo al quale volessi o potessi tornare, solo un viso che, dentro di me, non ero ancora pronta a lasciare andare insieme a tutto quello che aveva rappresentato. No, non fu quella lo stimolo per reagire; forse, l’immagine che seguii fu quella della persona che, nonostante tutto, volevo cercare di essere, una donna più libera e consapevole, non legata a schemi prefissati, a logiche di altri, ad un mondo al quale sentivo di non appartenere. Credo che se non avessi avuto alle spalle la mia famiglia ed i miei pochi ma fondamentali amici il mio Wilson avrebbe dovuto essere uno psicoterapeuta ma fui fortunata ed usai a quello scopo la scrittura, il parlare con la “vecchia me” con la quale mi scontravo e dalla quale traevo le mie risorse, buttando sulla carta tutto quello che avevo dentro di affascinante, di mostruoso, di inspiegabile, di angustiante, di fiducioso.
La priorità fu imparare a procacciarmi il cibo: lo sapevo fare, prima, nell’altro mondo, ma in questo era tutto diverso. Ricostruii un’attività parzialmente trascurata, recuperai contatti che pensavo perduti, ricominciai a studiare e a crearmi nuove occasioni ed opportunità.
Poi venne il momento della capanna, ci vuole un posto dove rifugiarsi dal mondo, un luogo tranquillo dove rinchiudersi: questa microscopica casa divenne il mio anelato rifugio.
E poi venne il ritorno del dolore: dopo due anni dallo schianto, quando la mia vita quotidiana apparentemente sembrava cominciare ad avere nuovamente un senso e mi sentivo più forte, arrivò…malvagio e bastardo, ancora peggiore perché inatteso. Una notizia che mi fece ripiombare nel buio e nella disperazione. E seppi cosa fare: non avevo un pattino con cui togliermi un dente che avrebbe potuto portarmi alla morte ma avevo la capacità di recidere in modo drastico quei rapporti che mi stavano facendo ritornare a fondo. Li estirpai. Bruciai la foto. Decisi che quel dolore doveva morire perché io volevo vivere. E quando mi ripresi, perché abbandonare il passato, anche se arreca sofferenza, è comunque un percorso che toglie forze ed energie, decisi che si, era arrivato il momento di riprovare, di far ritorno al mondo che avevo lasciato; io molto diversa, più vecchia fuori ma più giovane e forte dentro, con occhi nuovi e con nuove speranze.
Avevo timore di rimettermi “in mare” ma il destino aveva portato anche a me delle ali su un pezzo di lamiera…poco importa che fossero nere su di un serbatoio giallo, erano proprio ali…e con quelle, lo sapevo, ci potevo provare. Lo so è solo un simbolo: ero una pessima motociclista, ma quella moto fu la mia vela. E rimettendomi in viaggio mi accorsi che il mio Wilson, la me di prima che si sentiva in dovere di vivere in funzione di un altro prima che di se stessa, non c’era più; un distacco doloroso ma fondamentale, perché ormai io ero molto diversa da lei, con sogni novelli, una nuova visione della vita, una diversa consapevolezza, quasi fossi davvero rinata a me stessa. Mi sembrava di aver scoperto la differenza tra “vivere” e “sopravvivere”. Riuscivo a respirare, finalmente, stupendomene tanto a lungo ero rimasta in apnea, e con i respiri giunsero i sorrisi.
Abbandonate le sovrastrutture che non mi appartenevano, sulla mia zattera c’erano ora finalmente solo le cose che mi servivano davvero: gli affetti, la voglia di amare, i libri, la voglia di imparare, la musica, la voglia di sentire, i pastelli colorati, la voglia di gioire, carta e penna, la voglia di scrivere e di comunicare. Erano quelle le cose importanti per me, quelle che volevo portare nella mia nuova vita.
Su quella zattera ho provato brevi ma intensi attimi di gioia, finalmente libera.
Approdai nuovamente ad una terra che mi sembrava ricca e verde, per un attimo credetti di essere a casa ma sbagliavo; ancora smarrimento, un rinnovato dolore. Ma ora io ho la zattera, con le sue belle ali, sulla quale ho caricato una diversa consapevolezza ed un immenso amore per la vita: ho ripreso il mare perché tanto “domani il sole sorgerà ancora, e chissà cosa può portare la marea…“

La nevicata del secolo
Te li ricordi quei giorni e quelle notti tra il 14 ed il 17 gennaio 1985? La neve scendeva senza sosta, copiosa, in una danza svogliata e languida, coprendo tutto, come fosse un manto fatato.
La chiamarono “la nevicata del secolo” e rammento bene quando, nei giorni a seguire, da quel piccolo schermo TV in bianco e nero sul mobile in cucina, contemplavamo stupiti il susseguirsi di fotogrammi che ritraevano una Milano aliena, ove il grigiore dello smog invernale e del cemento era stato all’improvviso soppiantato dal bianco della terra e da un grigio diverso, tendente al ceruleo, quello del cielo. Una città liberata dal traffico, senza macchine, senza frastuoni, ma solo rumori attutiti, con visi ridenti di bimbi in slittino ed incerti “ragazzi” di ogni età dediti a stravaganti sciate, sulla collinetta di San Siro. Addirittura, mi sembra di ricordare, ci vollero i carri armati della caserma in piazzale Perucchetti per liberare le strade (che bello vedere i carri armati che fungono da spazzaneve e non da strumenti di morte, non credi? Metallo freddo che diventa salvatore sul bianco invadente e non assassino sul rosso innocente…).
Io frequentavo la quinta liceo allora, ma, ovviamente, era impensabile raggiungere la scuola; la vecchia e fedele Opel Kadett rossa se ne stava li, muta, sotto la bianca coperta, come caduta in letargo. La pala del nonno, ricordi, quella pesante, con il manico in legno un po’ scheggiato, non bastava più alle nostre forze per pulire il sentiero e crearci un varco fino al cancello e neppure le mani bastavano più, poiché, nonostante i guanti, si riempivano comunque di calli. Ci sembrava di camminare in un labirinto disegnato da Gaudì, dalle linee morbide, arrotondate, seducenti e scintillanti. Il giardino era silenzioso, solo ogni tanto un po’ di neve cadeva dai pini con quel rumore smorzato, ed il cane scodinzolava felice procedendo a piccoli balzi nella neve ed affondando ovunque, sentendosi, forse, finalmente, degno discendente di Zanna Bianca.
E noi? Noi vivevamo in quei giorni momenti davvero difficili; papà aveva finalmente trovato lavoro, purtroppo lontano, i soldi non bastavano mai, la casa, così grande, non potevamo più riscaldarla. Non ridere sai…(viene da ridere anche a me)…te lo ricordi? In quei giorni nel grande soggiorno, con tutte quelle finestre, che tanto erano state apprezzate nei momenti in cui le cose andavano in modo diverso, il piccolo termostato segnava 0 °C, impossibile resistere, a meno di non essere alla ricerca di una tecnica di ibernazione finalizzata al mantenimento imperituro della giovinezza!
La mamma aveva uno strano scialle rosa, che la nonna aveva fatto all’uncinetto e le aveva regalato qualche anno prima; girava per casa, coprendosi con quello il capo fino ad avvolgere le spalle, spostandosi dalla cucina alle camere da letto, le uniche stanze che potevamo permetterci in lusso di mantenere ad una temperatura vitale, anche se, comunque, si andava a dormire con i calzettoni e con il cappello di lana e la mattina, al risveglio, occorreva fare una scorta di coraggio per riuscire ad alzarsi dal letto e sentire quella gelida aria pungere, con i suoi piccoli spilli malefici, il naso, le gote e le orecchie.
La mamma, però, la vedevi aggirarsi per casa a svolgere le faccende, con lo scialle a coprire la testa e le spalle, giovane, con quel bel viso, per nulla sminuito nella sua avvenenza dall’inusuale copricapo, gli occhi grigi di una luce infinita, senza mai perdere la serenità, senza mai mostrare ansia, senza mai insinuare, in noi, il dubbio che non ne saremmo usciti. Come l’ho amata in quei giorni difficili! Come l’ho amata in quei giorni in cui stringeva al cuore i suoi figli, in una casa in mezzo al deserto di neve, con il suo uomo malinconicamente lontano, inventandosi in cantina piccoli lavori di cucito, per arrotondare, e sacrificando tutto di lei, tranne i sorrisi.
E noi? Cosa impossibile a pensarsi solo qualche anno prima, non litigavamo quasi più. Erano sparite le incomprensioni infantili per il possesso di oggetti e vestiti, eravamo cresciuti in fretta, svegliati dalla vita che ci aveva scaraventato da un mondo ovattato di fiaba ad una realtà ben più cruda; si era finalmente creato un sodalizio, quel legame che perdura da allora, ci guardavamo ed intuivamo se fosse il caso di parlare, ci guardavamo ed avvertivamo chi di noi avesse bisogno dell’altro, ci guardavamo e capivamo che i nostri genitori erano già abbastanza umiliati, per l’esito ostile di tanti anni di sacrifici e lavoro, da non aver più bisogno di bimbi viziati e spauriti attorno, ma di uomini e donne capaci di rendersi indipendenti, di sostenerli e di mostrare l’orgoglio per tutto quello che avevano fatto per loro.
Te li ricordi quei giorni? Non avevamo soldi, le rinunce erano tante, ma te lo giuro, li ho vissuti così intensi e belli quei giorni, tanto da sentirli ancora vivi sulla mia pelle: la neve, il freddo, l’amore e il calore…un tutt’uno? Te lo ricordi?

Black Friday
Avrei dovuto acquistare una bussola. Ormai sta diventando troppo complicato navigare a vista.

Nella tempesta

Inizio
Creai il mio primo blog in un’altra piattaforma circa dodici anni fa e lo accudii con affetto e dedizione per quasi sette anni facendogli cambiare nome ed aspetto. Mi diede moltissimo. Smisi di scrivere più che per carenza di tempo per disaffezione o, forse, addirittura per una sorta di “saturazione” ma conservai in me, non essendo incline al rimpianto, una scintilla di malinconia. Oggi ho voglia di ricominciare e di provare a raccogliere in un unico scrigno le scintille di ieri e quelle di domani.


