Il Macchinone

Guido tanto, da sempre; attualmente la mia media è di 40.000 km/anno ma ho visto anche tempi peggiori. Non saprei dire se guido bene o male, ciò che posso affermare è che cerco di farlo in sicurezza, la mia e quella degli altri, perché so perfettamente che al mattino presto sono sempre assonnata e che la sera, spesso, la stanchezza e la testa piena di pensieri tendono a distrarmi da quello che sto facendo. Guido tanto da sempre e, da sempre, incrocio esemplari, diversi ma sempre uguali, dell’automobilista incazzato, un po’ alla Gioele Dix, del figlio di Senna o Schumacher, del tizio che sa guidare mentre tu no e di quello che ha la macchina grossa e si sente potente compensando, con ogni probabilità, altri limiti. Un tempo erano quasi solo uomini a comportarsi così, con la prepotenza e l’arroganza dei padroni della strada; oggi, tuttavia, sempre più spesso mi imbatto nella signora/signorina di turno che, con berlina o SUV nuovi fiammanti e dal costo superiore al mio appartamento, occhiali da sole anche se nevica e telefono in mano, (non capisco perché dato che persino la mia umile macchinina è dotata di un potentissimo vivavoce) ti si attacca al culo, su qualsiasi strada, con qualsiasi tempo e comincia a farti gli abbaglianti. A volte penso che se avessero una pala spartineve al posto del paraurti non esiterebbero a spazzarti via, altre ho la tentazione di sfruttare la mia bella assicurazione kasco tanto per il gusto di inchiodare e vedere cosa succede ma, per fortuna, non ho mai ceduto a tale lusinga.

Sto percorrendo la salita verso Dagnente dalla rocca di Arona; la strada è deserta, o almeno così mi appare. Primo tornante, secondo tornante, piccolo rettilineo e poi subito curva a sinistra, piuttosto stretta, davanti al ristorante; conosco queste strade a memoria. Non sto certo andando pianissimo ma, nonostante ciò, mi si materializzano all’improvviso dietro due altissimi fari: abbaglianti ripetuti, un colpo di clacson indisponente, un ruggito del motore e via, proprio sulla curva, un bel sorpasso che mi costringe a frenare. Respiro a fondo e, stranamente, non impreco: sto ascoltando alla radio un servizio che mi interessa e non voglio perdere il filo, assieme alla pazienza. E poi arrivo davanti al San Carlone. Il Macchinone è girato ed infilato tra il muretto ed il cartello che indica che la strada dall’altra parte è interrotta ed un tizio con il telefono in mano sta scendendo; non può ancora vedere il muso del Macchinone ma io si, e non è un bello spettacolo. Accosto, indosso la mascherina, abbasso il finestrino e proprio mentre lui osserva la sua opera d’arte gli domando: le serve qualche cosa? Un grugnito che interpreto come un “no grazie, molto gentile”. Rialzo il finestrino e mi dirigo verso casa con la netta impressione che il Borromeo mi stia facendo l’occhiolino.

Foto di Andreas Riedelmeier da Pixabay

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